468-LA PRIMA GUERRA MONDIALE:Il fronte italo-austriaco.La terribile alba sul San Michele(L.3°/V.VI)
Alle 5,30 del 29 giugno 1916, con mezz'ora di ritardo sull' orario previsto, tremila bombole vengono aperte contemporaneamente dagli ungheresi. Accompagnato da un acuto sibilo si riversa sulle nostre trincee il fumo del cloro e del fosgene.
Vittime del gas in una trincea del San Michele dopo l' attacco austriaco.Duemila fanti italiani passarono dal sonno alla morte. Estate 1916, fronte italo-austriaco sull' lsonzo. È l'alba, chia­ra e fresca, del 29 giugno. Alle 5 del mattino nelle trincee italia­ne che vanno dalla Cima 4 del Monte San Michele fino a sud del villaggio diruto di San Mar­tino del Carso c'è il cambio del­le sentinelle: qualche parola a mezza voce (gli austriaci sono vicini), il suono metallico di una baionetta che urta contro i sassi, pochi rumori sommessi. Nei cam­minamenti, nelle caverne delle doline e nelle ridotte i soldati della 21a e della 22a divisione dell'XI corpo d'armata dormono i sonni scomodi ed agitati della prima linea. Fuori il sole non è ancora giunto a sfiorar gli arbu­sti bruciacchiati di Bosco Cap­puccio e da est soffia un vento leggero ma incostante: si annun­cia una bella e calda giornata. Di là della « terra di nessu­no », fitto di forre e di magri e bassi cespugli, si stendono le trin­cee austriache, lievemente più in alto rispetto a quelle italiane. Lì, durante la notte, due reggimen­ti scelti ungheresi, appartenenti alla 20a « Honved », hanno compiuto nel più assoluto silenzio un meticoloso, terrificante lavoro di morte che ora stanno per portare a termine: calzando scarpe con suole di feltro per non fare rumore, il viso coperto dalla gutta­perca delle maschere antigas con gli occhiali di mica, hanno tra­sportato a braccia con mille pre­cauzioni, fin nella trincea più avanzata, seimila grosse bombole di metallo, ognuna pesante mez­zo quintale e dotata di uno stra­no beccuccio di rame, sottile, ro­tondo, acuminato. Pazientemente, per ore ed ore, gli ungheresi hanno sistemato le bombole su trespoli di legno lun­go una dozzina di chilometri di trincee.
In queste tre fotografie una tragica visione delle trincee sul monte San Michele dopo l' attacco con i gas del 29 giugno 1916.Molti soldati furono colti dalla morte nel sonno. Dietro di loro, nel frat­tempo, s'è ammassata la fanteria, pronta a scattare in avanti. Adesso sono pronti: girando le manopole di ciascuna bombola po­tranno lanciare, contro le lineo italiane, una mortale nube di gas asfissiante capace di sterminare 150.000 persone. Ma il vento -che d'improvviso, per brevi trat­ti, muta direzione - costringe gli ungheresi a rinunciare all'offen­siva chimica nel settore nord del fronte italiano ed a concentrare invece lo sforzo in quello sud, do­ve sono attestate le brigate « Pi­sa » e « Regina ». È così che alle 5,30 - con mezz'ora di ritardo sull'orario previ­sto e stabilito dal feldmarescial­lo Gelb von Cramon - tremila bombole vengono aperte contem­poraneamente e dai loro beccuc­ci esce con violenza, accompagna­to da un acuto sibilo, il fumo giallo-verdastro del cloro e quello quasi incolore del fosgene. Un minuto, due minuti, non di più («tener presente» dice un opu­scolo distribuito a quest' epoca fra i soldati italiani « che la nube asfissiante raggiunge le nostre trincee con la velocità del vento che spira e che, supponendo det­ta velocità di tre metri al se­condo, la nube percorre in un minuto primo la distanza di circa duecento metri »).
Un ufficiale dell' esercito italiano con una delle prime maschere antigas,"la maschera polivalente a protezione unica" fabbricata dalla Sanitaria Società Anonima, di Milano Poi, dalle linee italiane, si leva il grido: « Gas, gas, gas! ». Im­mediatamente, nei camminamen­ti retrostanti, gli fa eco un assor­dante concerto metallico: l'allar­me viene esteso a tutto il fronte battendo ritmicamente con le ba­ionette su barattoli vuoti di con­serva, pentole sfondate, gavette inservibili e bossoli di « shrapnels » appesi ad un filo di ferro nei posti di osservazione. Purtroppo, nonostante gli av­vertimenti, non soltanto il gas lanciato dagli austriaci si muove con una velocità superiore al pre­visto ma le maschere - in dota­zione ai nostri soldati fin dall'a­prile precedente - non servono per questi tipi di aggressivi chi­mici: il modello, rudimentale.seppur capace di resistere ai va­pori di cloro è del tutto nullo di fronte al fosgene, un gas dal leg­gero puzzo di legno ed erba mar­cia e con effetti terribili quanto immediati sui polmoni. Entro po­chi minuti (non sono ancora le 6) la nuvola tossica investe le trin­cee italiane e quasi settemila uo­mini - 6.250 soldati e graduati di truppa e 182 ufficiali prevalente­mente appartenenti alle brigate « Regina » e « Pisa » - sono col­piti: duemila uomini circa pas­sano dal sonno alla morte. Nella nube asfissiante, che oscura anche il sole nascente die­tro le cime, avanzano come fan­tasmi gli ungheresi dell'« Honved », i volti coperti dalle ma­schere, per mettere in pratica quanto hanno imparato in un cor­so speciale di tre settimane a Krems: lesti come gatti, feroci ed implacabili, penetrano nelle nostre trincee, si avventano sui moribondi e li finiscono con i colpi di una mazza di ferro che portano legata al polso destro. Con calma, metodicamente, avanzano nei camminamenti, e nei ridotti ed abbattono tutti quelli che trovano ancora in vita. Ma i sopravvissuti sono ben pochi. Il cloro ed il fosgene hanno ucciso sull'istante. Così, attraverso le brecce aper­te dai gas, la fanteria austriaca può precipitarsi in avanti. Nelle retrovie italiane l'allarme è appe­na giunto e il generale Sailer, co­mandante della brigata « Regi­na », seguito dal colonnello Gandolfo del 10° reggimento, accor­re a riorganizzare la difesa assie­me ai pochi superstiti. Due bri­gate di rinforzo, la « Brescia » e la « Ferrara », giungono sul Mon­te San Michele per tamponare la falla, e ci riescono aiutate anche dal vento capriccioso che, dopo aver sospinto la nube di gas fin oltre l'Isonzo, soffia ora in senso contrario gettando il tossico nelle file austriache.Dal fondovalle l'artiglieria ita­liana, rimasta indenne, apre un fuoco di sbarramento sul San Michele, e, in poche ore, riesce prima a contenere l'attacco ne­mico e poi ad appoggiare i con­trattacchi delle fanterie. Nella tragica sera del 29 giugno si deb­bono contare, nelle nostre file, circa tremila morti per gas; al­tri quattromila sono rimasti gas­sati, e di essi una buona parte ricoverata in ospedale finirà poi per morire perché il fosgene che li ha colpiti ha, la proprietà di agire anche in ritardo ma, purtroppo, in modo ineluttabile. Sedici mesi dopo.
Soldati italiani morti asfissiati dal gas nelle trincee del San Michele il 29 giugno 1916 e trasporati nel cimitero di guerra di un paesino sul fronte dell' Isonzo. Nei giorni che precedono il disastro di Caporetto circola insistente la voce - fra i comandi italiani - che au­striaci e tedeschi siano in procin­to di scatenare un'offensiva sul nostro fronte dell'Isonzo soprat­tutto con l'appoggio di un nuovo tipo di aggressivo chimico lan­ciato con speciali granate anziché sparso attraverso le bombole af­finchè la concentrazione mortale di una ristretta zona sia raggiun­ta più rapidamente e più facil­mente. Ma il 16 ottobre il generalis­simo Cadorna chiarisce ai co­mandanti subordinati: «È stato detto che i gas che userà il ne­mico sono micidialissìmi, che esercitano una azione corrosiva, che irritano fortemente le muco­se; ma queste sono voci... Ai sol­dati si dica e si ripeta che la. no­stra maschera è la migliore in uso presso tutti gli eserciti, e che nes­sun danno può risultare se viene, impiegata ». Il generale Capello, tuttavia, mostra di nutrire qual­che dubbio in proposito e ad una conferenza militare convocata due giorni più tardi - il 18 otto­bre - afferma, preoccupato: « // nemico, nelle sue ultime azioni sul fronte inglese, ha fatto largo uso di granate speciali e di emis­sione di gas da bombole. Occorre essere pronti ad una tale even­tualità... ». Poi cinque giorni do­po - il 23 ottobre - evidentemen­te sulla base di nuovi rapporti che gli sono giunti dai comandi alleati avverte in un'altra confe­renza: « ...Pare che il nemico sca­teni l'attacco basandosi sull'effet­to che produrranno i gas dei qua­li farà uso... ». In realtà sono preoccupazioni tutt'altro che infondate. Nel 1934, una pubblicazione del Ministero italiano della Guerra affermerà che l'iniziale successo degli au­stro-germanici nello sfondamento di Caporetto fu dovuto in gran parte all'iniziativa chimica dei te­deschi. L'attacco contro le posi­zioni italiane viene sferrato nel punto che è sempre stato consi­derato il più debole dello schie­ramento - cioè fra Tolmino e la conca di Plezzo - tenuto dalle truppe della II Armata. Alle 2 del mattino del 24 ottobre 1917 - una notte tenebrosa, con piog­gia in basso e gelido nevischio sulle vette - l'artiglieria austriaca apre il fuoco di distruzione e, poco dopo, inizia il lancio di gra­nate cariche di « Croce azzurra », la gentile denominazione data al­la difenilcloroarsina, gas estrema­mente tossico e capace di attra­versare qualunque maschera. Sull'altipiano a sud-est del Ravelnik gli austro-germanici hanno adottati i « proiettori Livens » (dal nome del tenente del Genio inglese che li ha inventati): si tratta di un tubo di acciaio, chiu­so ad una estremità e munito di una carica di lancio con disposi­tivo elettrico per l'accensione sul quale è piazzata la bombola a gas. Mille di questi proiettori -che hanno un calibro di 18 centimetri su canna liscia - vengono impiegati in questo settore del fronte e lanciano granate di fos­gene e di difenilcloroarsina. « / colpiti » scriverà Kraft von Dellmensingen « morirono istan­taneamente ». Un testimone ocu­lare, il tenente austriaco di arti­glieria Fritz Weber, racconta: « Un sibilo acuto esce dal caos e va a finire ai piedi della piccola altura di Ravelnik... Gli italiani si sono rimessi dalla sorpresa e rispondono con un rabbioso fuo­co di controbatteria.. Ma poco a poco esso diminuisce fino a ces­sare del tutto. Il gas "Croce, az­zurra" comincia dunque ad agire. La valle, fino alla stretta di Saga, nuota nelle sue nubi mor­tali... Il bombardamento si fa sempre più intenso. Laggiù, at­torno alle batterie italiane della seconda e della terza linea, nes­suno deve essere, più in vita... ». Il racconto di Weber è confer­mato dal rapporto del nostro Mi­nistero della Guerra secondo il quale « 894 proiettori tedeschi, postati lungo un chilometro, lan­ciarono le loro bombe mortali a sud di Flitsch, sull' Isonzo, ucci­dendo in breve 600 militari ita­liani ed aprendo così la breccia all'invasione ». E aggiunse: « Solo pochi tra i colpiti si erano messi la maschera; la posizione dei ca­daveri lasciò capire, che la morte era sopraggiunta fulminea ». La nube mortale, uscita da un migliaio di bombole o lanciata con i proiettori, riempie il fondovalle con la sua ondata gas­sosa, una nebbia atroce che bru­cia i polmoni e che investe la linea di fronte tenuta dalla 50" divisione del generale Arrighi. La strage avviene soprattutto fra gli uomini del terzo battaglione dell' 87° reggimento della brigata « Friuli » che viene annientato: 600 soldati muoiono sul colpo avvolti dai vapori giallo-verda­stri del gas. Ha scritto Mario Silvestri che il comando del terzo battaglione, con tutti i militari addetti, pas­sò in un lampo dalla vita alla morte. Infatti dall'ufficio opera­zioni della brigata « Friuli », ri­masti senza notizie di questo re­parto ed impensieriti perché il telefono squillava a vuoto, invia­rono un ufficiale in esplorazione sulle prime linee. Questi tornò poco dopo e riferì che tutto an­dava bene e ogni cosa era a po­sto: i soldati apparivano affianca­ti in posizione, maschera al vol­to, fucile tra le mani: «.Non si era curato (l'ufficiale) di avvici­narsi abbastanza, per scuoterne qualcuno. Si sarebbe accorto che erano ormai statue senza vita.
Tipo di maschera antigas in uso nell' esercito tedesco nella prima guerra mondiale. Erano le 4 del mattino del 24 ottobre I9Ì7 ». Una testimonianza ancora più terrificante è quella del ten. Weber che, dopo il lancio dei gas, avanzò con i suoi artiglieri nel­le prime linee italiane: « ... Lag­giù, in ampi e numerosi ricoveri, giacciono circa ottocento uomini. Tutti morti. Alcuni pochi, rag­giunti nella fuga, sono caduti al suolo con la faccia verso terra. Ma i più sono raggomitolati vi­cino alle pareti dei ricoveri, il fucile tra le ginocchia, la divisa e l'armamento intatti. In una spe­cie di baracca, si trovano altri quaranta cadaveri. Presso l'ingresso stanno gli ufficiali, i sottuf­ficiali e due telefonisti con la cuffia ancora attaccata, un bloc­co di fogli davanti, la matita in mano. Non hanno neppure ten­tato di usare la maschera. Devo­no essere morti senza neppure rendersi conto di quanto stava accadendo. Poco più oltre rag­giungiamo una caverna, il cui ingresso è mascherato da una fila di sacchetti di sabbia. Ci apria­mo un varco e penetriamo nel­l'interno facendo scivolare il co­no luminoso delle nostre lampa­dine lungo le pareti umide. In fondo scorgiamo una specie di magazzino di armi e di vestiario. Nell'angolo più interno c'è però un groviglio di cadaveri. Dall'o­scurità emergono delle striscie gialle, dei volti lividi... ».Nel varco aperto dall'aggres­sivo chimico penetrano immedia­tamente la 22a divisione Schiitzen e la 3a divisione Edelweiss puntando al fondovalle per man­tenere in efficienza la breccia al­le forze del feldmaresciallo Krauss. Il gas, nella medesima giornata del 24 ottobre, è usato dal gruppo Scotti - costituito dal­la 1° divisione austro-ungarica e dalla 5a prussiana - contro po­stazioni di artiglieria alpina sul Krad Vhr. Qui l'« allarme gas » è causato dallo scoppio di proiet­ti d'artiglieria. Le maschere, su­bito indossate, di lì ad un quarto d'ora portano alla congestione: i soldati si sentono soffocare; la miscela di fosgene, e di difenilcloroarsina irrita tanto la pelle del volto da spingere gli alpini a strapparsela anche per un istan­te solo ma per la morte è suffi­ciente. « Sul Krad Vhr » scriverà ai primi di dicembre, esattamen­te il 6, il giornale tedesco « Frank­furter Zeitung » « le vittime del gas furono trovate a mucchi ». In realtà oggi sappiamo che vi era qualche esagerazione nella cronaca del giornale tedesco, do­vuta a ragioni di propaganda, in quanto la limitata concentrazio­ne e l'ambiente montano non erano favorevoli del tutto all'im­piego dei gas.Il gas, ancora, è impiegato dal battaglione chimico germanico della divisione Jàger, all'inizio del novembre 1917, sul fronte del XXII corpo d'armata italia­no sull'Altopiano di Asiago. Sta­volta si tratta di iprite, ed il nu­mero dei morti - sebbene mai precisato - risulta comunque no­tevole. Ben 600.000 proietti tos­sici, tutti a bromuro di cianoge­no e a bromoacetone, sono lan­ciati dagli austriaci durante la «battaglia del solstizio» (15-24 giugno 1918) che segna lo sforzo supremo ed ultimo degli Imperi Centrali contro l'Italia: nel solo settore del Piave ne impiegano oltre 170.000. Altri tiri a gas, infine, vengono ripetuti fino al­l'armistizio del novembre; e la prova della preparazione nemica in materia di guerra chimica sta nel fatto che le truppe italiane troveranno nei depositi austriaci al di là di Vittorio Veneto oltre due milioni di proietti a gas sen­za contare quelli che si rinverran­no sul Carso e nell'Alto Friuli. Narrando la battaglia sul Piave alla quale aveva preso parte nella seconda metà del giugno 1918 l'austriaco Fritz Weber, già citato, così scrive: « ... / pochi prigionieri (italiani) caduti in nostra mano... raccontano cose che ci demoralizzano profondamente. Il gas, che avrebbe dovu­to esercitare la sua azione mici­diale, per una profondità di pa­recchi chilometri, era stato pres­soché inefficace... perché gli italiani disponevano di maschere perfette, cosa che noi non ave­vamo previsto! ». Effettivamente era stato distri­buito alle truppe il respiratore inglese, che diede ottimi risul­tati. In un breve saggio edito dal Ministero della Guerra italiano nel 1934, e intitolato « Lo svilup­po dell'arma chimica durante la guerra passata » sono spiegate le ragioni di questa scelta: « Certo le condizioni dell'industria chimi­ca nostra erano talmente insuffi­cienti ed embrionali che le diffi­coltà incontrate nella produzione e nel rifornimento dei mezzi di­fensivi ed offensivi ostacolarono grandemente ogni nostra volontà e genialità ». Nel maggio 1915,'all'inizio- del conflitto mondiale, l'Italia dava in dotazione ai suoi soldati una maschera antigas ad imbuto - poi conosciuta come il tipo Clamician-Pesci- costituita da strati di garza imbevuti di una soluzione acquosa di carbonato di sodio e carbonato di potassio. Questa ma­schera proteggeva soltanto il na­so e la bocca del combattente, forse perché lo Stato Maggiore italiano non sapeva che, fin dal­l'anno precedente (1914), i fran­cesi possedevano bombe lacrimo­gene, che agivano cioè sugli oc­chi, cariche di bromoacetone e cloroacetone. Alcuni mesi dopo lo scoppio della guerra, resa evi­dente la necessità di difendere in modo adeguato anche gli occhi dei soldati, il nostro Comando Supremo faceva distribuire - al­meno nelle prime linee dei fron­ti - occhiali speciali costruiti in mica. Malgrado tutta la sua macchinosità non era questo il peggior difetto della maschera ti­po Giamician-Pesci: esso, semmai, andava ricercato nel fatto che le sue sostanze neutralizzanti si esaurivano con grande rapidità (tempo medio: un'ora) sicché ogni combattente doveva essere munito di una boccetta di solu­zione acquosa con la quale, di tanto in tanto, inumidire gli stra­ti di garza del suo respiratore. La quasi totale insufficienza di questo tipo di maschera adottato dal nostro esercito lo rivela la strage di Monte San Michele del giugno 1916. Le terribili conse­guenze del cloro (che agisce sul­l'apparato respiratorio, produce una tosse spasrnodica e, appena passa nel sangue e nei tessuti, ha effetti narcotizzanti sui centri ner­vosi) sono in parte neutralizzate dagli strati di garza imbevuti di carbonato di sodio e carbonato di potassio. Il fosgene, invece, coglie purtroppo del tutto impreparati i nostri soldati. Questo gas, vele­nosissimo al pari dell'ossido di carbonio, ha effetti mortali e « ri­tardati » anche se assorbito in piccolissime dosi. Ad esempio, il chimico italiano dottor Fenaroli, durante esperien­ze fatte col fosgene, subì un av­velenamento che, in apparenza, risultò debolissimo. Si riprese, in­fatti, dopo una ventina di minu­ti e potè ritornare a casa. Il chi­mico cominciò a sentirsi male nella notte e l'indomani morì. Dopo Monte San Michele l'Italia decide di adottare la ma­schera « M-2 » francese, che ave­va ben quaranta strati di garza: venti erano imbevuti di glicerina, solfato di nichelio, urotropina e carbonato di sodio; gli altri ven­ti di olii e glicerina. L'industria privata perfeziona ulteriormente questo respiratore, prima aumen­tando gli strati di garza da 40 a 64; poi unendo gli occhiali alla fascia di gomma (o guttaperca') che cingeva la testa del soldato e creando così davanti alla boc­ca una piccola camera d'aria in modo da permettere una respira­zione migliore: per concorde giu­dizio dei combattenti, infatti, correre o lavorare con la maschera sul volto era una sofferenza qua­si insopportabile e, dopo un quarto d'ora o mezz'ora di que­sto tormento, ben pochi riusciva­no a resistere. Un nuovo tipo di maschera, il tipo polivalente « Z », non ha mi­glior fortuna e lo dimostra la strage subita nella conca di Plezzo il 24 ottobre 1917. A quell'epoca, in realtà, il .nostro Co­mando Supremo è ancora impre­parato alla guerra chimica - al­meno per quanto riguarda l'a­spetto difensivo - e si limita a prescrivere ai fantaccini della prima linea, in caso di attacco nemico con i gas, di infilarsi il respiratore al più presto e di toglierselo al più tardi possibile.
Un ufficiale italiano esamina una delle mazze ferrate con le quali gli austriaci finivano i nostri soldati colpiti da gas asfissianti nelle trincee. Il soldato, indossata la masche­ra, doveva cercare di renderla aderente al volto chiudendo con la vaselina ogni spiraglio vicino alle orbite e agli zigomi; poi, al­l'avvicinarsi della nube tossica, accendere falò, bombe incendia­rie, lanciafiamme e altri mezzi dilatanti; infine, preparare una soluzione di soda al 5 per cento e irrorarne la nuvola di gas con una pompa. Tutto questo era comunque pressoché nullo dinan­zi al fosgene e alla difenilcloroarsina che, con un'alta concentrazione come si otteneva col lancio di granate, rendevano subito in­servibili i filtri delle maschere. Probabilmente il nostro eserci­to aveva sbagliato. nel problema di fondo, cioè nella scelta del tipo di maschera, benché proprio due studiosi italiani, il professor Icilio Guareschi dell'Università di Torino e il fisiologo Amedeo Herlitzka, anch'egli di Torino ed entrambi appartenenti alla « Commissione torinese per lo studio dei gas e dei mezzi di di­fesa », avessero proposto fin dal 1915, ma invano, un respiratore del tipo inglese che consisteva in una maschera collegata per mez­zo di un tubo flessibile ad un ser­batoio contenente il depuratore dell'aria. Il professo! Guareschi, tralasciando il numero degli stra­ti di garza, aveva poi sottolinea­to più volte la particolare pro­prietà del carbone di legna ad assorbire gas di qualsiasi specie e natura: il cloro nella misura del 30-60 per cento; il bromo 100 per cento; il fosgene l'80 per cen­to; la cloropicrina 94 per cento; il bromuro di benzile 92 per cen­to. Ma solo dopo Caporetto il Comando Supremo abolì la maschera polivalente « Z ». Trascorrono ancora circa .quat­tro mesi e finalmente - nel gen­naio 1918 - l'esercito ha in do­tazione il respiratore inglese, di produzione britannica, che peral­tro i tedeschi usavano fin dal 1916. Questa maschera possiede un filtro con sostanze assorbenti (carbone attivo ottenuto dalla torrefazione del legno di betulla e dei semi di frutta) nonché parocchi strati di cotone idrofilo. Inoltre il respiratore ha una val­vola a farfalla per espellere l'a­ria viziata ed ogni soldato viene munito di un tubetto di pasta speciale da spalmarsi sulla cellu­loide delle lenti per ovviare al grave inconveniente dell appan­namento degli occhiali. La ma­schera è applicata alla testa a mezzo di tiranti e, nella parte interna, ha una pinza stringinaso affinchè la respirazione avvenga soltanto attraverso la bocca. Dall'inizio del 1918 il Coman­do Supremo estende questo mo­dello - come avevano già fatto altri eserciti; ad esempio quelli americano e portoghese - anche ai cavalli e agli animali da tiro e da basto impiegati sulla linea di combattimento e nelle imme­diate retrovie. La protezione del cavallo risulta abbastanza sempli­ce anche perché questo animale è meno sensibile all'azione dei gas asfissianti in genere a causa della più vasta estensione delle sue vie respiratorie e di quelli lacrimogeni che, di solito, agi­scono sui suoi occhi in maniera molto debole: è quindi sufficiente dotare i cavalli di una maschera rudimentale che protegga le loro narici poiché essi respirano sol­tanto dal naso. Più pericolosi, in­vece, risultano gli effetti vescicatori dell'iprite dato che determi­nano ampie e profonde lesioni sulla pelle dell'animale, specie vicino agli zoccoli, nei punti di pressione dei finimenti e dove più abbondante è la traspirazio­ne. Anche i cani, impiegati al fronte per portare messaggi, so­no dotati di piccole maschere di garza e gli stessi piccioni viaggia­tori vengono custoditi entro gabbie speciali ricoperte di tela im­pregnata di olio di lino cotto. Il tragico successo ottenuto dal­le offensive austriache con i gas il 29 giugno 1916 e nell'autunno dell'anno seguente era stato per la verità facilitato dal fatto che il soldato italiano mancava di una « disciplina antigas ». Sareb­be stato necessario che ogni combattente avesse avuto, in prece­denza, un addestramento alla maschera, l'uso della quale com­porta un notevole sforzo dei pol­moni per mantenere ai tessu­ti l'indispensabile approvvigiona­mento di ossigeno. La prima e più durevole impressione che il soldato provava indossando il respiratore era quella del soffo­camento; l'atto più istintivo era quello di strapparselo; se il com­battente non sapeva dosare il rit­mo del proprio sforzo rischiava facilmente di perdere i sensi. La maschera provocava disturbi ge­nerali (violente emicranie) sia per il suo peso che per la pres­sione sulla testa: ad esempio, chi la indossava poteva sopportare con una certa facilità la fame, non così la sete perché la resi­stenza del filtro assorbente alla libera respirazione causava una quasi immediata arsura. Soprattutto non si era riusciti a convincere il soldato dell'estre­ma utilità della maschera; la scarsa fiducia che il fantaccino nutriva per questo cupo ordigno di gomma e di latta faceva sì che il respiratore, al momento di adoperarlo, fosse spesso in catti­vo stato, mancante di qualche parte, inadatto insomma alla necessità. Ben altra era stata la preparazione negli eserciti allea­ti; la « disciplina antigas » fra gli inglesi ha raggiunto nel 1918 una perfezione tale che quando a marzo, presso Amiens, i tede­schi rompono il fronte britanni­co, su 10.000 soldati sbandati 6000 perdono il fucile ma sol­tanto 800 smarriscono la ma­schera antigas. L'industria chimica italiana si mobilita fin dall'autunno 1916 per la preparazione dei mezzi protettivi e, specialmente, per la produzione di aggressivi chimici: in quell'anno a Napoli, presso i laboratori dell'istituto di farmaceutica dell' Università, si comin­cia a fabbricare - sotto la dire­zione del professor Piutti - la cloropicrina, ch'è un gas mortale che irrita fortemente le mucose ed agisce anche come lacrimo­geno.
Un reparto di operaie francesi fotografate al lavoro in una fabbrica di maschere antigas nell' ottobre del 1916 Ben presto la produzione di questo aggressivo tocca la me­dia di una tonnellata al giorno. Nel 1918, nel solo stabilimento di Rumianca, si fabbricano sei tonnellate giornaliere di fosgene: durante la prima guerra mondiale la produzione totale di gas, da parte dell' Italia, è di circa 13.000 tonnelate Se l'Italia è colta di sorpresa dai massicci impieghi di gas da parte del nemico una delle cause va ricercata nel fatto che, durante il primo anno di guerra, gli austriaci hanno fatto ricorso in modo del tutto sporadico e sal­tuario all'uso di granate lacrimogene e soffocanti: a diversità delle plaghe della Champagne i monti del Trentino e degli altipianii si prestavano poco, anche per ragioni meteorologiche, ad un fruttuoso impiego dell'arma chimica. Tuttavia, alla strage di Monte San Michele il nostro esercito risponde con una rappre­saglia: essa avviene nell'agosto 1917, durante l'undicesima batta­glia dell'Isonzo, dopo che gli austro-tedeschi avevano impiegato di nuovo, il giorno 19, granate a gas nel settore di Castegnevizza. L'azione italiana è condotta bene e l'aggressivo impiegato ottie­ne pienamente lo scopo. Una re­lazione austriaca, contraddistinta dal nr. 22615, precisa: « La du­rata dei tiri a gas italiani era molto diversa, gli ingassamenti di determinate località duravano ge­neralmente più ore. In un caso il nemico tirò per nove ore a gas, impiegando 3.500 granate specia­li, ma di massima le batterie fu­rono esposte ai gas per più di cinque ore. Il tiro veniva ese­guito per la maggior parte di not­te, o nelle prime ore del mattino, per cogliere nel sonno gli uomini, per ostacolare i rifornimenti, inoltre stancare le truppe con continui allarmi e finalmente per­ché, nelle ore notturne, vi è mag­gior calma di vento. Inoltre il tiro notturno a gas promette il massimo risultato possibile, giac­ché l'attività a difendersi dai gas è minore da parte di truppe pie­ne di sonno, e riesce più diffi­cile di notte riconoscere il tiro a gas dagli altri ».L'esercito italiano ricorre an­cora ai gas durante l'ultima battaglia sul Piave quando l'offen­siva austriaca del giugno 1918 tenta di assestarci il colpo mor­tale. Sul Grappa, infatti, il ne­mico ci aveva strappato il Col Moschin, il Pertica e la prima linea dei Soiaroli ed è in questa località che, il 14 giugno, la compagnia speciale X esegue con­tro gli austriaci una emissione di cloro e di fosgene con l'impiego di 400 bombe. Tiri a liquidi spe­ciali, da parte italiana, sono compiuti con successo un po' do­vunque ed in particolar modo durante la battaglia della Bainsizza. nella piana della Sernaglia e sull'altipiano di Folgaria: qui il 24-25 ottobre viene usata, per la prima volta, l'iprite. In quei giorni erano giunti dalla Francia i primi proietti a iprite, e la di­visione francese che era sull'Al­topiano di Asiago, li sparò per un'azione dimostrativa contro le posizioni austriache. Furono le ultime nuvole tossiche della Grande Guerra.
LA GUERRA CHIMICA
Tratto da Storia Illustrata anno 1970, del mese di giugno, numero 151. Autore: giuseppe mayda