464-UN ITALIANO ALLA CORTE DI MENELIK(L. 3°/V. II)
Si chiamava Sebastiano Castagna ed era stato fatto prigioniero durante la battaglia di Adua. Quando la guerra fini divenne il " costruttore ufficiale" dell' impero etiopico e sposò la zia di Ras Destà. Nel 1935, allorché il conflitto italo-abissino apparve ormai inevitabile, Castagna si presentò dal Negus e gli chiese di potersi schierare dalla parte della sua Patria.
L' Imperatore Menelik in costume da cerimonia.*************** Portandogli in dono una cassa di candele e una cassa di spu­mante, un italiano settantenne andò in una delle più imper­vie regioni dell'Etiopia a trattare la resa di un ras famoso. Ca­valcò per cinque giorni a dorso di mulo e con gli occhi benda­ti. Fu un viaggio duro e pau­roso, attraverso zone sconosciu­te agli uomini bianchi, irte di pericoli mortali per poi ritor­narsene indietro con un pugno di mosche. È questa una delle storie più romanzesche del ciclo del caduco impero dell' Italia in Africa Orientale e, allo stesso tempo, tra le meno conosciute. L'italiano si chiamava Seba­stiano Castagna, l'abissino ras Desta Damtù. I due uomini era­no legati da vincoli di parentela.
SEBASTIANO CASTAGNA************* Infatti, Castagna aveva sposato una zia di Desta, donna di nobi­le schiatta amhara. Quanto al ras, egli aveva a sua volta pre­so in moglie una figlia del Negus Neghesti, ossia di Hailé Selassié, di nome Tenagne Work. Il ras era stato l'avversario di Graziani sullo scacchiere meri­dionale, durante il conflitto 1935-1936. Le sue truppe, attestate sul Canale Doria e sul Daua Par­ma, minacciavano la Somalia. Sconfitto a Neghelli, dissolto il suo esercito, egli ripiegò nella regione dei Grandi Laghi con un nucleo di fedelissirni e continuò la guerriglia anche dopo la fuga del Negus e la caduta di Addis Abeba. Il fatto che raccontiamo è del dicembre 1936. Trattando­si di una missione segreta, fu inibito di parlarne sulla stam­pa. La censura era rigida anche dopo la fine della guerra, giac­ché Roma non voleva che si sa­pesse troppo che, con le « opera­zioni di grande polizia », si combatteva sempre e che l'Impero era ben lungi da una completa pacificazione. Chi era questo Sebastiano Ca­stagna, come era diventato un personaggio di grande rilievo nel paese del Leone di Giuda? Si impone una sua rapida biografia che qui tracciamo da vecchi ap­punti e dai suoi stessi racconti di quel periodo storico. Meri­dionale di sangue, era piemon­tese di adozione avendo vissuto a Torino fin dalla fanciullezza. Spirito avventuroso, egli trovò in Africa Orientale, sullo scorcio dell'Ottocento, la vita che so­gnava. Vi giunse con i contin­genti di truppe inviate in Eritrea negli Anni Novanta. Nel 1896 prese parte alla or­mai leggendaria battaglia di Adua, scampò alla morte ma cad­de prigioniero di Menelik. Ser­gente del Genio, aveva un'infari­natura di tante cose tecniche nel­le quali gli etiopi di allora non erano certo provetti : per que­sto, durante la prigionìa ad Ad­dis Abeba, seppe accattivarsi la simpatia dei suoi guardiani. Lavorava in molte piccole cose, un « degiac » lo fece conoscere nei circoli influenti. Menelik e la re­gina Taitù sentirono parlare di lui, che già veniva chiamato in­gegnere. Chiesero che glielo por­tassero a corte, gli dettero da fa­re dei lavoretti, lo presero a ben­volere, lo apprezzarono. Fatto sta che Castagna rimase ad Addis Abeba anche dopo la sua libera­zione e il trattato di pace. La nuova capitale, divisata da Menelik presso l'antica che si chiamava Entotto, era in pieno sviluppo. Occorrevano edifici pubblici. L'« ingegnere bianco » arrivava a puntino. Fu affidata a lui la costruzione della chiesa di San Giorgio, fu lui che, tra l'al­tro, progettò l'acquedotto. Co­struì anche il grande convento copto del Monte Zuquala. Diven­ne, insomma, un personaggio importante e benemerito, che era di rigore interpellare per ogni problema di ordine pratico.Menelik morì nel 1913, ma nulla mutò per Castagna.
Sopra: La regina Zauditù. Sotto: Ligg Yasu, sposato alla figlia di Menelik egli pote ottenere il trono dello zio.************* Nel periodo in cui regnò Zauditù, fi­glia del Negus scomparso (il quale non aveva figli maschi ed aveva designato a succedergli il nipotino Ligg Yasu, messo poi al bando da un'assemblea di ras), l'italiano continuò a dirigere il cumulo dei lavori. Deceduta a sua volta Zauditù, egli si guada­gnò la gratitudine di ras Tafari costruendo un ponte sul Nilo Az­zurro che consentì al ras di por­tare le sue truppe nel Goggiam e domare la rivolta capeggiata da Ligg Yasu. Ras Tafari doveva divenire il nuovo Negus Neghesti, assumen­do il nome di Hailé Selassié. Fu incoronato nella chiesa di San Giorgio nel 1928. Castagna, sempre più importante, ricoprì va­rie cariche di carattere tecnico. Naturalmente, parlava e scrive­va alla perfezione l'amhara, co­nosceva molti dialetti galla. Si muoveva e gestiva come un abis­sino, sapeva tutto di quei popo­li, dai costumi ai modi alla men­talità. Dal matrimonio con la no­bile zia di Desta, ebbe due figlie che mandò a vivere e istruirsi in Italia, precisamente a Torino. Quando nel settembre del 1935 il conflitto italo-etiopico apparve inevitabile, Castagna, che era di­rettore generale al ministero dei Lavori Pubblici, chiese un'udien­za privata al Negus, parlandogli a cuore aperto : era italiano e aveva quindi precisi doveri. Di lì a poco, anzi, tornò da Hailé Selassié per la visita di conge­do. Il Negus si accorò, ma lo lasciò libero di andarsene. Lo scoppio della guerra, così, tro­vò Sebastiano Castagna in Eri­trea, nell' ufficio informazioni del Quartier Generale italiano. Vi fu come elemento di incalcolabile valore. Ritornò ad Addis Abeba di lì a sette mesi con la bandiera tricolore, confuso nei prmi scaglioni delle truppe di Badoglio. La guerra era finita ma, in specie col ritorno delle grandi piogge, la situazione permaneva confusa nelle regioni dell'Ovest che erano sotto il controllo di ras Immirù e in quelle dei Gran­di Laghi, ove comandava ras De­sta. Nel loro complesso, le for­ze ribelli, ben rifornite di armi e di vettovaglie, con linee di ri­fornimento aperte sui confini del Kenya inglese, si calcolava che assommassero a diecimila uomi­ni. Una infinità di sbandati del­l'esercito regolare, oltre a diverse bande di « sciftà », si erano uni­ti ai due ras. Con la fine delle grandi piogge furono intraprese le operazioni per l'occupazione dell'Ovest. Operazioni che spin­sero reparti metropolitani e di ascari anche in luoghi addirittu­ra inesplorati. Ras Immirù, stretto in una morsa dalle colonne Malta e Princivalle, si arrese nel mese di noveìnbre. Lui, maestro delle imboscate, cadde in un'imboscata tesagli dal capitano Paolotti, di Gattinara, ad un passaggio ob­bligato sul fiume Gogeb, tra il Gimma ed il Gaffa. Si arrese con quattromila armati, ormai convinto di non avere più via di scampo. Ma Desta non molla­va. Con tremila « oltranzisti », at­testato sul bacino dell'Orno Bottego, costituiva ancora un peri­colo, sventolando la bandiera del­la resistenza. Le carovane, le au­tocolonne italiane venivano co­stantemente attaccate, le comuni­cazioni con Addis Abeba erano virtualmente recise. Prima di at­taccarlo direttamente, Graziani, divenuto Viceré, provò ad offrir­gli la possibilità di sottomettersi. Sembrava che ciò potesse avve­nire, giacché alcuni informatori riferivano che il ras fosse am­malato e stanco, che attendesse che gli fosse tesa la mano. Come raggiungerlo, però, come entrare in contatto con lui? La faccenda era molto delicata. Ed ecco, allora. Castagna offrirsi per la missione. Mandò un servo al nipote per dirgli che lo zio dove­va parlargli. Il servo tornò dopo molti giorni con la risposta affer­mativa e le disposizioni per l'in­contro. All'alba del 21 dicembre 1936 un gruppetto di armati con ban­diera bianca si sarebbe presenta­to dinanzi alle linee italiane di Agheresalam e un inviato del ras avrebbe parlato della faccenda al comando militare italiano. Pun­tuale, il gruppetto si presentò, fermandosi a distanza. Il messo, da solo, avanzò fino al cocuzzo­lo su cui si ergeva una vecchia chiesa copta. Era il fitaurari Berré. Castagna lo conosceva benis­simo, naturalmente. Berré, per prima cosa, si sottomise e giurò. Poi disse che ras Desta aveva consentito a ricevere « monsiù » (lo chiamavano così) a patto che andasse senza scorta italiana al suo campo, ove Berré e i suoi ser­vi lo avrebbero guidato. Avrebbe dovuto, anche, compiere tutto il viaggio con una benda sugli oc­chi, a dorso di mulo. Nel frat­tempo, dalla partenza al ritorno di Castagna, il comando italiano doveva impegnarsi a osservare una tregua. Il fitaurari aggiunse che egli stesso si riteneva responsabile del­l'incolumità del parlamentare e che, riaccompagnandolo ad Agheresalam, non avrebbe più fatto ritorno al campo dei ribel­li, tenendo fede all'atto di sot­tomissione. Sebastiano Castagna è in viag­gio, ormai. Con gli occhi sem­pre bendati, con quel monotono dondolìo della sella, gli sembra che il tempo si sia fermato. « Fi­taurari Berré... Berré! ». Tante volte lo ha chiamato, ma non ha avuto risposta. I suoi servi non sono meno muti di lui. Il mulet­to si impunta, poi prosegue fre­nandosi ogni poco. Il sentiero è certamente in discesa. Forse sta calandosi nel profondo burrone ove scorre l'Orno Bottego. Quan­do, finalmente, ci si ferma e la benda gli viene tolta, Castagna si rende conto che è già sera. Eccolo, ora, questo Berré. Si mo­stra riservatissimo, e cupo in vol­to. Si allontana, scruta, fiuta l'aria, ritorna, dice : « Scendete, ri­posatevi un momento. Ripartire­mo tra un'ora, perché non è pru­dente sostare qui. C'è della gen­te che non mi piace ». Non for­nisce altre spiegazioni. Via, di nuovo, d'un tratto, anche prima dello scoccare dell'ora, verso l'i­gnoto. Un'altra sera, la seconda. Il vecchio coloniale è stanco mor­to. Consuma il pasto di burgulta e di teg, si butta in un tucul ai margini del bosco, si addor­menta come un masso. D'un tratto, però, si sente scuotere. È il fitaurari che gli soffia in un orec­chio : « Alzatevi, monsiù, venite via subito ». Quasi una fuga, strisciando sull'erba. Raggiungo­no un altro tucul, a cinquecen­to metri di distanza. « Dormire­te qui » dice Berré e se ne va, dopo aver disposto la guardia, senza però rispondere all'italia­no che gli chiede insistentemente che cosa stia accadendo. Un paio d'ore più tardi, Castagna sob­balza : una scarica di fucileria è echeggiata, secca nelle tenebre. Poi silenzio, nessuna spiegazione. La mattina, prima dell'alba, Ber­ré si fa vivo e bendandolo gli dice : « Hanno sparato bene : il tucul dove eravate di prima se­ra è tutto sforacchiato. Sono fug­giti, credendo di avervi ucciso. Meglio così. Ho avuto una buo­na idea, quando vi ho portato via di là ». Lo vogliono uccidere, dunque, povero Castagna. Ma chi sono, questi implacabili nemici? Non certo gli uomini di ras Desta. Nemmeno a pensarlo. Sarebbe mostruoso. No (e questo lo ap­prende soltanto la quarta notte), non si tratta di un tranello. La vita di Castagna è insidiata da alcuni capi abissini, decisi a non permettere che l'italiano porti a fondo la sua missione, temendo l'influenza dello zio sul nipote. Si è capito che Castagna è man­dato da Graziani, si pensa che parlerà di resa e di sottomissione. Gabré Mariam e Beine Merid, i due vecchi « marescialli » di Desta, sono per la lotta a ol­tranza e hanno mandato, appun­to, i sicari a far la pelle a « mon­siù », non osando ribellarsi aper­tamente al ras. Quarta notte dell'allucinante viaggio : è la notte di Natale. Av­vicinandosi all'accampamento, i pericoli aumentano. Berré ricor­re a uno stratagemma : si reche­rà, con tutti i suoi servi armati, a passar la notte in un villaggio vicino, lasciando Castagna in una vecchia chiesa diroccata. I sicari, che si sono ormai accorti del colpo fallito, cercheranno Casta­gna al villaggio, credendolo con Berré. Sì, però ora Castagna è abbandonato e indifeso, senza neanche un temperino in tasca. « Lasciatemi un fucile, per non farmi ammazzare come un imbe­cille » ha chiesto al fitaurari. Pe­rò, quello gli ha risposto, con perfetta logica : « Ho fatto due promesse e intendo rispettarle entrambe. Agli italiani quella di riportarvi indietro sano e salvo, agli abissini quella di farvi viag­giare disarmato ». Che notte! Castagna è demo­ralizzato.
Il Negus Hailè Selassiè sul fronte della guerra italo-etiopica. Castagna aveva lavorato in passato per lui.************** Lotta contro il sonno che lo prende, cede alla stan­chezza, è risvegliato dagli sciacal­li e dalle iene. Poi le bestiacce fuggono perché sentono degli uo­mini che si avvicinano. Per for­tuna, quegli uomini non entra­no nella chiesa. Ma il vecchio dalla barba biblica crede di sen­tire che la sua ultima ora è scoc­cata. È la notte di Natale : egli, profondamente religioso, si ingi­nocchia e prega. Poi (enorme leggerezza che avrebbe potuto essergli fatale) accende una cande­la e si mette a scrivere. Scrive una lettera alle figlie, scrive il suo testamento. Nessuno, certo, lo recapiterà : ma lui non ci pen­sa e continua imperterrito, fin­ché una scarica di fucileria lo interrompe. Un attimo dopo, ec­co Berré in ansia. I suoi arma­ti gli fanno ala. Sono arrivati in tempo, avevano visto delle om­bre, hanno sparato, c'è stato un breve conflitto. « Quando arriviamo al campo di Desta? » continua a chiedere Castagna. Il fitaurari, sempre misterioso, ha finto sempre di non capire. Quando viene giorno, tut­tavia, esce dal mutismo : « Siamo a due ore di marcia. Attendere­mo qui che vengano a prenderci, come è stabilito ». Bene. Arriva­no, i capi abissini, in sella ai mu­letti bianchi bardati di rosso e oro, con lo stuolo dei servi che li seguono a piedi. Il sole volge al tramonto. Parlano a lungo con Berré, poi si avvicinano a Casta­gna e lo scrutano, lo toccano, lo frugano. C'è chi affaccia il dub­bio che non sia « monsiù », ma un suo sosia. « La barba » salta su a dire un focosissimo capo « può anche es­sere finta ». Quel barbone bian­co è la caratteristica principale di Castagna. Lo porta da tanti anni, è divenuto proverbiale. Per­ciò, dopo tanto discutere, si svol­ge una scena piuttosto comica. I degiac ed i cagnasniac, a tur­no, prendono tra le mani la bar­ba, la osservano ben bene, affer­rano un pelo ciascuno e lo strap­pano, fino a far gridare il pa­ziente. Oh, sì, la barba è vera e una simile barba non può apparte­nere che a « monsiù ». Perciò, nulla osta al passaggio. Benda su­gli occhi e avanti. È già buio pesto. Due ore di marcia, o giù di lì. Ora lo tirano giù dal mu­lo, lo conducono per mano, per un centinaio di passi. Basta. Di colpo, la benda si abbassa. Ca­stagna è solo. Ma non distingue nulla, d'attorno. Si stropiccia gli occhi, pensando lì per lì di essere diventato cieco. Muove le braccia, le alza. Con le mani ur­ta un telo, ben teso al disopra della sua testa. Allora si rende conto di trovarsi in una tenda. Immobile, in silenzio, aspetta un segno, una voce. Due braccia lo avvinghiano, un uomo lo stringe a sé. E quel­l'uomo piange, singhiozza come un bambino, lo chiama per no­me. È ras Desta. L'abbraccio si protrae a lungo, poi l'abissino la­scia la stretta, si scosta un po', accende un fiammifero. Al fioco lume di una candela primitiva, fatta di uno straccio ritorto e im­bevuto nell'olio, i due si guarda­no. Come è mutato, il ras! Sem­bra un fantasma, con quel viso emaciato, ridotto a pelle e os­sa. Invecchiato di vent'anni, con quella vita randagia, nel giro di quattordici mesi. Sparisce quasi, nell'ampio sciamma che fu bianco. Fuori dalla tenda, come d'in­canto, si è levato il finimondo. Cento fuochi si sono accesi, mil­le e mille voci gridano, echeg­giano gli spari. Sono gli uomini di Desta che, secondo un ordi­ne, fanno festa per la gioia del loro signore. Festa grande, per l'avvenimento. Castagna, intan­to, ha tolto di mezzo lo strac­cio oleoso, lo ha sostituito con una bella candela stearica. « Questa va meglio » dice sorri­dendo « e mi sono permesso di farvi un regalo, ve ne ho porta­ta una cassa piena. Ma c'è an­che un'altra sorpresa. So che vi piace... » Addita una seconda cassetta che Berré ha già fatto portare nella tenda: è spumante. Lo zio conosce il debole del ni­pote, ma il nipote tace, è assor­to nei suoi pensieri. Si scuote ed esclama : « Castagna, ho proprio tanto piacere di vedervi. teme­vo di morire senza potervi salu­tare più. La vostra donna come sta? Tenetela di conto, non ne troverete più una eguale... » Si terge le lacrime, Desta, con lo sciamma sporco, sussurra: « Sto molto male, sapete ». Il ghiaccio è rotto. Il genero del Negus ap­pare più calmo, seduto sopra una stuoia, accanto al vecchio zio ed amico. Così, sboccia il dia­logo. Castagna è svelto nel par­lare, è sicuro, ha piena padro­nanza di sé e della situazione, sa che il suo carattere è sempre stato più forte di quello del ras. « Voi siete pazzo » gli mormo­ra all'orecchio « avete perduto il cervello. Quando vi deciderete ad abbandonare questa vita in­sana che vi divora, quando ab­bandonerete una resistenza am­mirevole ma inutile? Voi dove­te rientrare nella legge. Io sono qui per proporvi e per consigliar­vi questo ritorno. Saprete che anche ras Immirù si è arreso, ha fatto atto di sottomissione, ha avuto salva la vita per sé e per tutti i suoi uomini. L'ho visto io, ci ho parlato, è libero, sta be­ne... » Desta ha uno scatto, ritrova la sua energia, ritorce : « Non è ve­ro! So che combatte ancora e ricaccia gli italiani. Non è vero! So che l'Imperatore, alla testa di un nuovo esercito, marcia al­la riconquista di Addis Abeba! ». È chiaro che Desta è stato te­nuto all'oscuro di tutto, è evi­dente che vi sono dei capi, al suo campo, che vogliono spin­gerlo a combattere a oltranza e per questo lo illudono con false notizie. Castagna, esercitando tut­ta la sua pazienza di costume etiopico, gli spiega la vera situazione: il Negus è a Londra, gli italiani hanno conquistato il pae­se e lo tengono in pugno, le po­polazioni sono trattate bene e collaborano col nuovo regime, i focolai di ribellione in qualche provincia periferica sono quasi tutti spenti. La resistenza non ha più alcun senso pratico, bisogna evitare un ulteriore spargimento di sangue. « Davvero, Castagna, davve­ro? » lo interrompe ogni poco il ras, ad occhi sbarrati, scuoten­dolo per le braccia. L'italiano lo guarda negli occhi e scandisce: « Voi sapete che Castagna non ha mentito mai ». Il principe abissino trasalisce, serra i pugni, si abbatte da un lato. È il momento buono, forse? Castagna in­calza: « II governo italiano è or­mai il governo dell'Etiopia. Voi avete salvato l'onore, sarete ri­spettato, ma è necessario che fac­ciate ciò che hanno già fatto i vostri fratelli, i vostri amici: sot­tomettervi ». Un momento di silenzio. Ma è proprio un momento. Il ras torna in sé, balza in piedi, dice, abbracciandolo ancora : « Zitto, per carità, aspettate! ». Esce dal­la tenda, gira lo sguardo attorno, rientra, si accosta a Castagna e, in un sibilo, pronuncia queste parole: « Qui tutti mi spiano. I capi al mio seguito controllano ogni mio gesto, ogni mia parola. Mi impongono il loro volere, mi tengono come la bandiera della resistenza, ma non sono che un povero uomo, praticamente un prigioniero dei miei ». Pronto, Castagna replica: « Lo immagi­navo, lo so. Ascoltate, nessuno ci sentirà. So anche che voi sie­te entrato nella determinazione di sottomettervi. Non lo negate. Porterò agli italiani la vostra as­sicurazione e vi saranno fissati, sulla parola e sulla croce, i ter­mini della resa. Non vi sarà tor­to un capello, a nessuno. Strin­gete la mia mano, autorizzate­mi... ». Ma il ras non stringe la mano che gli viene tesa. È come di sasso. Ha reclinato la testa sul petto, le lacrime tornano a rigar­gli le gote. « Non posso, non pos­so. Gli stessi miei soldati mi uc­ciderebbero come un cane. » L'al­tro torna alla carica: « Pensate ai vostri figli, a vostra moglie che ha già chiesto pietà per voi, considerate ancora una volta l'i­nutilità di intestardirvi in una • battaglia perduta ». No: ras Desta ha deciso. Di­venuto calmo, proclama: « Non mi arrenderò mai, non mi sotto­metterò che nel caso di una accettazione completa delle condi­zioni che intenderò porre ». Esal­tandosi nel suo dire, l'etiope ha ritrovato la tradizionale tracotan­za. E detta, grosso modo, le sue condizioni: vuole che gli si consenta di entrare in Addis Abeba alla testa dei suoi armati, a ban­diere spiegate. Vuole che i suoi « marescialli » siano reintegrati nel loro grado e che ad essi sia­no restituiti i beni, le terre, gli appannaggi. Sconfortato, Castagna non lo ascolta nemmeno più. Lo lascia finire. «Pazzo che siete » gli dice allora « non capite che siete un vinto e non potete dettare voi le condizioni? Se andassi a riferire queste cose, se le sostenessi, fu­cilerebbero anche me. » II collo­quio si fa aspro, si raddolcisce. muta cento toni, fino all'alba. Ma ormai non c'è più nulla da sperare.Desta è orgoglioso, pur se am­mirevole come patriota, è capar­bio, forse anche terne davvero una morte ingloriosa, tacciato di traditore, per mano dei suoi. Ul­time battute, l'addio. L'italiano guarda negli occhi il nipote abis­sino, mentre arriva Berré che sta per rimettergli la benda. Sa bene che non rivedrà più ras Desta. Il dado è tratto. Prima o poi Desta cadrà in trappola.
Ras Destà catturato in combattimento nel febbraio 1937. Per avere respinto la mediazione di Castagna, il ras fini fucilato come ribelle.************** Questo racconto tanto particolareggiato, lo sentimmo e lo annotammo dalle labbra di Seba­stiano Castagna medesimo, quan­do, verso la metà del 1937, se­guimmo nella regione dell'Omo Bottego una spedizione di geologi che aveva il compito di son­dare le prospettive minerarie del­l'Ovest Etiopico, spedizione del­la quale egli faceva parte come consulente per i problemi pratici della carovana. Ne parlò perché ormai il vincolo del segreto era cessato. Infatti, ras Desta era morto e la resistenza in quella zona era stata debellata. Ras Desta era stato catturato in combattimento nel febbraio di quel 1937, il giorno sus­seguente all'attentato contro Graziani nel piccolo ghebì di Addis Abeba. Alla testa di tremila uo­mini, egli stava marciando sulla capitale, secondo un piano concordato con gli attentatori. A marce forzate, sfuggendo ad ogni controllo, si era portato molto vicino all'obiettivo, nella zona di Moggio, cioè sul tronco ferro­viario Addis Abeba-Gibuti. Fu passato per le armi, sul posto, ciò che il comando militare ita­liano giustificò con lo stato di stretta emergenza che prevedeva leggi eccezionali. La sua memo­ria è ancor oggi onorata in Etio­pia. Una grande strada cittadina ed un ospedale portano il suo nome ad Addis Abeba. Una fine tragica era riserva­ta anche a Castagna. Un paio di anni dopo, balzò in primo piano un altro ribelle: il degiac Abbebé Aregai. Le sue bande, ag­guerrite e ingrossate dagli « scif­tà », battevano il Goggiam semi­nando panico e distruzione, assa­lendo le guarnigioni italiane iso­late, facendo audaci colpi di ma­no sulle vìe di comunicazione. Castagna si imbarcò in una nuo­va avventura in tutto simile a quella che abbiamo narrato. Co­nosceva Abbebé Aregai e anda­va, nella solita veste, ad offrirgli la resa. Ma si aspettò invano il suo ritorno. Una mattina fu trovato un sacco, ben in vista, in una radura prospiciente uno dei nostri fortini. Il soldato che lo aprì restò senza fiato: c'era den­tro una testa recisa, dagli occhi celesti e dalla inconfondibile barba fluente. Fu attribuito il misfatto ad Abbebé Aregai.
Questa è l' ultima immagine di Sebastiano Castagna(a destra) a colloquio con un indigeno. Poco tempo dopo fu trucidato dagli" sciftà ".************** Invece, fu poi appurato che Castagna era stato trucidato dagli « sciftà ». Abbe­bé Aregai aveva preso il posto di ras Desta nella « storia pa­tria » etiopica, era il simbolo del­la resistenza indomita. Non fu mai catturato. Quando Hailé Selassié tornò sul trono, lo nominò primo ministro e ministro della Difesa. La morte violenta carpì anche Abbebé, poi, il 14 dicem­bre del 1960, quando la Guardia Imperiale comandata da Menghistù si ribellò approfittando del­l'assenza di Hailé Selassié, che si trovava in Brasile. Tutti i mi­nistri e i ras superstiti, tutti i grandi notabili fedeli all'Impe­ratore, furono chiusi nella Sala Verde del piccolo ghebì come ostaggi, dove, infine, le mitraglia­trici operarono la strage spaven­tosa.
Curiosità storiche
Tratto da Storia Illustrata anno 1970, del mese di marzo, numero 148. Autore: beppe pegolotti