449-LE EROICHE IMPRESE DEI MEZZI D' ASSALTO(L.1°/V. VI)
I "barchini" tra i cannoni di Malta.Sull' onda del successo ottenuto nella baia di Suda dai nostri "barchini"(motoscafi imbottiti di tritolo) un gruppo audace tentò un' attacco la notte del 25 luglio 1941 contro la più inespugnabile fortezza inglese del Mediterraneo.Ma questa volta il gesto temerario si concluse in tragedia.
Il punto scelto per l' attacco:l'imbocco del porto di La Valletta.********* Malta, l' isola fortezza a due passi dalla Sicilia, la grande base aeronavale degli inglesi, aveva avuto sempre una straordinaria attrazione per gli uomini dei mezzi d' assalto della Marina italiana. L' attrazione che può esercitare sull'animo degli audaci spericolati, l' idea di infliggere un colpo ad un colosso ritenuto intangibile dall' opinione generale. Malta costituiva , ancor più di Gibilterra e di Alessandria d'Egitto, una sfida altezzosa, perenne, così vicina alle porte di casa nostra. Forzare il suo porto, dimostrare che niente era "tabù" per i "siluri umani": ecco il grande sogno, il più ambizioso e orgoglioso dei sogni. Quell' isola era l' emblema della potenza britannica nel Mediterraneo. Praticamente, nel cielo con le sue squadriglie da caccia e sul mare con le più veloci unità della flotta, pronte a balzare sulla preda nel Canale di Sicilia essa controllava il Mediterraneo. Doppia funzione, in difesa e in attacco. Il suo dispositivo bellico era impegnato a proteggere i convogli alleati desti­nati allo scacchiere egiziano, che spesso a Malta sostavano; allo stesso tempo era impegnato ad attaccare i convogli nemici che portavano rifornimenti e rinforzi alle truppe italo-tedesche in Cirenaica, in Marmarica e sulla direttrice del Canale di Suez. E, infine, la presenza delle unità più potenti della « Home Fleet»: da Malta potevano entrare facilmente e rapidamente in azione alla prima segnalazione di una uscita di una nostra grossa squadra navale. Invano, la Luftwaffe aveva messo la base e l'arsenale sotto un uragano di ferro e di fuoco. Lo sbarramen­to contraereo era tremendo. L'ef­ficienza di Malta non si atte­nuava. I mezzi d'assalto, dopo tanto anelare e cogitare degli uomini e dei comandi, finirono col lan­ciarsi contro il colosso, nella not­te fra il 25 ed il 26 luglio 1941. Il risultato fu quello che fu. Ma la decisione fatale si ebbe nel clima euforico di un successo ot­tenuto dai « barchini » nella baia di Suda. Con l'estendersi del conflitto alla Grecia, gli inglesi avevano occupato l'isola di Creta ed una base navale, appunto in quella baia, l'avevano organizzata anche lì. Incrociatori, cacciatorpedinie­re e naviglio minore ci avevano fatto il loro nido, da cui opera­vano su tutto il mare Egeo, mol­te isole del quale, nell'arcipelago del Dodecaneso, erano allora ita­liane, con attrezzature notevoli per l'offesa sul Mediterraneo Cen­trale e Orientale. Anche le co­razzate, talvolta, vi sostavano bre­vemente. È da Suda, così, che comincia il racconto di questo ciclo di sto­ria marinara. Sono di turno i « barchini ». La loro denomina­zione tecnica era data dalla si­gla « M.T.M. », corrispondente a « motoscafi turismo modifica­ti ».
Esercitazione con un barchino.Giunto presso l' obiettivo l' uomo si gettava in acqua sopra un salvagente.******** Un adattamento bellico di motoscafi da corsa. Li costruiva l'ingegner Carlo Cattaneo, nei suoi cantieri specializzati, per la motonautica agonistica. L'idea l'aveva avuta il duca Amedeo d'Aosta, e più tardi suo fratello, il duca di Spoleto, l'aveva rea­lizzata in collaborazione col co­mandante Giorgis. Caratteristiche essenziali: sca­fo lungo poco più di cinque me­tri e largo quasi due, costruito in materiale leggerissimo; motore « Alfa Romeo 2500 »; veloci­tà oraria trentadue miglia; com­plesso dell'elica e del motore non più « rigido » ma capace di ruotare verso l'alto, sollevandosi in modo da consentire di scaval­care le ostruzioni in superficie; la prua costituita da una carica di tre quintali di esplosivo. Nel­la manovra dell'attacco, il pilo­ta saltava giù dal mezzo a breve distanza dal bersaglio, dopo ave­re preso bene la mira e fissato i timoni. Gli operatori dei « barchini » si allenarono al balipedio Cottrau della Spezia, ove erano sta­ti radunati quando, già in atto la prima fase del conflitto mondia­le, le probabilità che anche l'Ita­lia scendesse in campo si face­vano sempre più consistenti. Fu nel luglio del 1940 che gli equi­paggi già « a punto » furono tra­sferiti nella base siciliana di Au­gusta. Si parlava insistentemente, fino da allora, di un'azione dei « barchini » su Malta, tanto è vero che arrivarono a più ripre­se ordini di operare, improvvi­samente cancellati l'indomani. Mancavano istruzioni particolareggiate: sarebbe stato come an­dare alla cieca. L'obiettivo di Malta fu accantonato, infine, per dare la precedenza ad un attac­co contro la nuova base nemica di Creta. Questo accadde sotto il co­mando di quella nobilissima fi­gura di soldato (accoppiata alle qualità di grande organizzatore) che era il capitano di fregata Vit­torio Moccagatta, succeduto al comandante Mario Giorgini. Fu lui stesso che studiò i piani della vittoriosa operazione della base di Suda, accompagnando anche personalmente gli equipaggi dei « barchini » di Augusta nella nuo­va sede, all'isola di Lerò.Quel gruppo era comandato dal tenente di vascello Luigi Faggioni. spezzino, appartenente (come l'indimenticabile Tesei) ad una vecchia famiglia di armatori e di capitani di lungo corso. Al nome di Faggioni, co­sì, rimane legato quel primo, già clamoroso successo dei mezzi di assalto. La partenza per Lerò, prima tappa per l'avvicinamento a Suda, avvenne il giorno di Natale del 1940. Nell'isola, il gruppo si sistemò sul piroscafo « Asmara », carico di carne congelata per il vettovagliamento di tutta la guarnigione, ma ben presto ci fu la seconda marcia di avvicina­mento, col trasferimento nell'iso­la di Starnpalia, più a sud-ovest. I piani erano pronti, le cogni­zioni acquisite sulle caratteristi­che della base nemica erano no­tevoli. Bisognava soltanto atten­dere la concomitanza di tre fattori indispensabili per l'impresa: la presenza di importanti unità della « Home Fleet », il mare calmo e una notte illune. Si ebbero due partenze, con le torpediniere « Sella » (coman­dante il capitano di corvetta Redaelli) e « Crispi » (capitano di fregata Ferruca), designate a con­durre i « barchini » alla minima distanza possibile dall'obiettivo: ma seguì sempre un contrordine ed il ritorno alla base. Nervi a fiori di pelle, nell'at­tesa. In un bombardamento di Stampalia, due uomini del grup­po rimasero feriti. L'azione con­tro Suda, intanto, era stata di nuovo fissata per il 25 di marzo del 1941. La partenza doveva essere alle ore 16. All'alba ,il bombardamento si rinnovò e ci furono sette morti. I marinai fe­cero delle targhette con i nomi delle vittime e le applicarono ai « barchini ». Di nuovo erano il « Sella » e il « Crispi » che por­tavano verso Creta i mezzi e gli uomini. Creta si avvicinava. E così il momento della fatalità. Sarebbero ritornati indietro u­na terza volta? Non si poteva mai sapere. Il tempo sembrava essersi fermato. Le due torpedi­niere portavano otto « barchini » e otto piloti, ma Faggioni aveva avuto l'ordine di impiegare sei mezzi soli. Fu necessario proce­dere al sorteggio perché nessuno degli otto uomini intendeva ri­nunciare. I cinque piloti sorteg­giati ad operare con Faggioni furono: il sottotenente di vascello Angelo Cabrini, il capo-cannonie­re Alessio De Vito, il capo-mo­torista navale Tullio Tedeschi, il secondo-capo Lino Beccati e il sergente Emilio Barberi. Tutto dipendeva, ora, per il segnale del « via », dalla situazione del na­viglio inglese nella baia. Le navi avrebbero potuto anche essere uscite nel pomeriggio. Ma du­rante la navigazione arrivarono, per radio, le ultime notizie sui rilievi della ricognizione aerea. Nessun mutamento. Mezzanotte: le torpediniere si fermano in mare aperto ed i sei « barchini » vengono calati in mare. Arnvederci, buona fortu­na. Sono a dieci miglia a levan­te di Capo Tripiti, per imboc­care la baia di Suda i « barchi­ni » devono procedere per due ore ad una velocità di 26 nodi. Gli uomini sono diventati im­provvisamente calmi, freddi nel­la determinazione. Sarà quel che sarà. Sei uomini su sei gusci (remi­niscenza dei « gusci » cantati da Gabriele D'Annunzio) in acque nemiche, in balìa del mare e del­la notte. I « barchini » naviga­vano in formazione a losanga, quello di Faggioni era in testa. Tutti avanzavano in un raggio di dieci metri. Facevano un baccano infernale, lanciati alla massima velocità. Proprio come motosca­fi da corsa. D'altronde, la di­stanza tra il punto « X » do­ve le torpediniere li avevano portati e la baia di Suda era no­tevole e doveva essere coperta prima dell'alba. Faggioni dirige­va la piccola flottiglia alzando, abbassando o roteando le braccia. Sulle maniche aveva fissa­to dei grossi bottoni fosforescen­ti. La formazione rimase com­patta, la manovra si snodò sen­za intoppi. Corri e corri, si pro­filò l'ingresso della baia. Allora l'andatura venne diminuita, fino al minimo, i motori facevano un lieve brontolìo udibile soltan­to da pochi metri. I « barchini » abbandonarono la formazione a losanga e assunsero la formazione di fila. L'orologio segnava lei due del mattino. Il grande momento era davvero arrivato. Praticamente Faggioni sapeva ormai tutto di Suda. All'imboc­co della baia c'era un primo sbarramento, descritto come fa­cilmente superabile. Tuttavia al centro dell'imbocco c'era un iso­lotto con un fortino. Bisognava agire con molta cautela. Le foto­grafie della ricognizione aerea erano risultate preziose, sebbene prese dall'altezza di quattromila metri a causa della forte opposi­zione della caccia inglese del vicino aeroporto de La Canea. I ricognitori avevano anche indivi­duato le batterie sistemate sui costoni della baia, eccitandone il fuoco con audaci abbassamenti di quota. Piccole luci azzurre (segnali di trasmissione) fiottavano tra l'isolotto e un forte sulla sinistra dell'entrata. I « barchini » si fermarono, con le prue una a ridosso dell'altra. « Sono molto svegli, perbacco! » mormorò Faggioni. Si accesero anche i proiettori di una nave. Gli inglesi del forte e quelli dell'isolotto continuava­no a parlare tra loro con le luci bluastre. Non c'era luna, solo il chiarore della stellata. L'ostruzione era fatta di gavitelli uniti da una rete. Il coman­dante passò per primo, scaval­candolo grazie alla possibilità dei « barchini » di sollevare il bloc­co delle eliche. Tuttavia un «barchino » rimase impigliato e Fag­gioni, trovatosi solo, dovè ritor­nare indietro. La flottiglia si ricompose, e dirigendosi sulla se­conda ostruzione, sfruttò il cono d'ombra dell'isolotto, girando sul­la destra. Gli assaltatori videro le vedette, ma non furono visti. Nell'affrontare il secondo sbar­ramento, si trovarono improvvi­samente in un fascio di luce. Erano forse i fari di un'automobi­le che passava sulla strada sopra­elevata? Macché. Erano i proiet­tori di una nave da guerra cui veniva aperta, in quel momento, la porta della baia. I « barchi­ni » erano stati scoperti, allora . No. Anzi: quelle luci dettero agli assaltatori una buona visione del­lo specchio d'acqua e fecero in­dividuare loro certi preziosi punti di riferimento per l'attacco.Intanto, a velocità minima, assistiti sempre dalla fortuna, i « barchini » si addentrarono nel­la stretta insenatura, in fondo al­la quale, dietro il terzo e ulti­mo sbarramento, c'erano le navi da colpire. Erano le quattro e mezzo, allorché questa ostruzione si presentò davanti ai sei « barchini », ma non era semplice da superare come le altre. Essa ave­va fermato, durante un attacco precedente, i siluri degli aerosi­luranti italiani. Faggioni decise di aggirarla. Aveva perfetta co­noscenza delle sue caratteristi­che. Sull'estrema destra, a pochi metri da terra, c'era una grossa catena che collegava l'ultima boa con il roccione. Impedimento per le navi o per i grossi motoscafi, non per quelle imbarcazioni bas­se e minuscole. Passarono sotto la catena. A poca distanza c'era una casetta bianca, dove stavano le sentinel­le. Le sentivano parlare. Due ca­ni abbaiarono invano. Ora non c'era più che da rilevare bene le posizioni delle navi e da atten­dere il momento più favorevole per l'attacco. Il sergente Barberi sussurrò al comandante: « Ma davvero siamo già dentro? ». Un altro disse a Faggioni: « Ci fu­miamo una sigaretta? ». E lui rispose: « Via. questo sarebbe un po' troppo ». Fece bere, invece, qualche cosa ai suoi uomini: co­gnac e zucchero. Poi Faggioni inforcò il binocolo. Vide, sulla sinistra, a trecento metri di di­stanza, la sagoma di un incro­ciatore. Intravvide una petrolie­ra di grosso tonnellaggio, « in­dovinò » un bel gruppo di navi mercantili. Per essere sicuri del colpo, oc­correva avvicinarsi di più. Il co­mandante andò da solo, fece una ricognizione accurata, tornò dai suoi uomini e assegnò loro i ber­sagli.
Tullio Tedeschi(a sinistra) e Angelo Cabrini i due maggiori protagonisti dell' audace impresa.********* Cabrini e Tedeschi contro l'incrociatore, Ceccati contro la petroliera. Poi gli altri contro i mercantili. In ogni modo fu sta­bilito che due « barchini », tra i quali quello di Faggioni, ri­manessero di riserva, pronti a colpire nel caso che l'attacco contro l'incrociatore non avesse pieno effetto. Si voleva attendere ancora, per il lancio distruttore. Cioè attendere il primo accenno dell'alba, prevista per le 5,18. In quell'attimo i bersagli si sareb­bero distinti nettamente. Ma ecco che sull'incrociatore batte la sveglia, echeggiano i si­bili dei fischietti, una lanterna si muove in coperta. Allo stesso tempo si accendono le luci ver­di e rosse al centro dello sbarramento. Sembra proprio che a bordo si cominci a fare il « po­sto di manovra » e che la porta dell'ostruzione si debba aprire per l'uscita. Non c'era più tem­po da perdere. I « barchini » di Cabrini e Tedeschi si mossero lentamente. La manovra era questa: avvici­narsi nel maggior silenzio possi­bile fino a centocinquanta metri dal bersaglio, poi a tutta veloci­tà per il balzo decisivo, raggo­mitolarsi sul sediolo, tirare la maniglia di scoppio che toglie la sicurezza alla carica di trecen­to chili di esplosivo, bloccare i timoni, dopo essersi assicurati del­la direzione giusta, a ottanta me­tri dall'obbiettivo. In quello stes­so attimo la spalliera del sediolo si ribaltava indietro tramutan­dosi in uno zatterino che finiva nella scìa ospitando il pilota. Il « barchino » procedeva nella sua corsa, urtava contro la nave e la carica scoppiava sette secon­di dopo, scendendo all'altezza della carena. Lo scopo dello zatterino era quello di salvare il pilota che, altrimenti, se si fosse trovato im­merso nell'acqua, sarebbe rimasto ucciso dallo scoppio. Proprio co­me i pesci nella pesca di frodo con la dinamite. In superficie, si diceva che venisse avvertita soltanto una scossa. Erano stati fatti degli esperimenti con cani. Le povere bestie, però, erano sempre morte. Era la prima vol­ta che gli uomini si trovavano in simile frangente. I « barchi­ni », con effettivo attacco finale, non erano stati utilizzati mai. Erano esattamente le 4.46'. Dovevano trascorrere venti se­condi prima che si udisse lo scoppio.
Una carta della baia di Suda con la rotta dei "barchini" e gli obiettivi raggiunti lo " York", una petroliera e due navi mercantili.********* I « barchini » si avvi­cinarono in un lampo, ma in quell'istante da bordo dell'incro­ciatore, udendo il frastuono dei motori, i mitraglieri aprirono il fuoco alla cieca. Spararono in aria, credendo ad un attacco di aerosiluranti. Colpito a morte, l'incrociatore sbandò, stava per capovolgersi. Fu preso poi a ri­morchio per essere trascinato nel­le vicinissime acque basse, dove la carena spezzata poggiò sopra un fondale di cinque metri.
L' incrociatore inglese York da 10.000 tonnellate, semisdrutto dall' esplosione dei due barchini di Cabrini e Tedeschi, fu preso a rimorchio il giorno dopo.******** Era lo «York» da 10.000 tonnella­te, unico incrociatore allora do­tato di cannoni da 203. Le altre partenze di lancio fu­rono quasi simultanee. La petro­liera e due navi mercantili, per un totale di trentamila tonnel­late, colarono a picco. Faggioni vide, all'ultimo momento, un al­tro incrociatore che si riforniva di carburante, nascosto dalla pe­troliera. Scagliò il « barellino » contro quello, ma la carica esplose contro un altro ostacolo. Ora gli assaltatori nuotavano nelle tenebre, verso un incerto punto di riunione. Il ciclo co­minciava a rischiararsi. « Ricor­do che nuotavo accanto a un cesto di verdura, quando una scialuppa si avvicinò e mi rac­colse » raccontò il comandante della spedizione. Fu portato a bordo di un piroscafo. Interro­gatorio: « Venite da un aereo? ». Glielo lasciò credere. Ancora: « E i vostri compagni? ». Rispose che erano tutti morti. Non era vero. I cinque com­pagni furono anch'essi catturati, nella baia o sulla costa, nel giro di poche ore. Si ritrovarono tut­ti nel forte Paleocastro, caserma delle truppe corazzate. Sportivamente, un sergente inglese aveva detto a Faggioni, subito dopo la cattura: « Good work, isn't'it? ». « Un buon lavoro, non è vero? ». E guardava la bolgia del porto. Ma il tono sportivo finì presto. Ostinati, decisi, i sei non rispo­sero nulla. Fu inscenato, nella speranza di farli parlare, anche un macabro stratagemma. Nel cortile del forte apparve d'improvviso un picchetto arma­to, schierato nel fondo. Un uffi­ciale aveva tra le mani una ben­da. Qualcuno mormorò, poco di­vertito: « Ma allora ci fucila­no ». Li chiusero in cella e poi tornarono a chiedere se avevano desideri da esprimere. Risposero che avevano solo bisogno di sa­pone e asciugamani. Il medesi­mo ufficiale inglese chiese: « E il prete, quando lo volete? ». Pron­to Cabrini ribattè: « Lo voglia­mo a Pasqua ». Pasqua li trovò tutti tra i reticolati dell'India. Il successo di Suda, con l'en­tusiasmo che propagò, fu in cer­to senso responsabile della spe­dizione di Malta, effettuata po­chi mesi più tardi. Moccagatta, pur non nascondendosi le grosse difficoltà, pur conscio di tanto pericolo, ne fu forse il princi­pale fautore. Purtroppo, si risolse in un disastro, con pesanti perdite umane e senza raggiun­gere l'obiettivo prefisso. Dei quarantanove uomini che vi parte­ciparono, venti morirono ed altri diciotto (molti dei quali feriti) caddero prigionieri, mentre i mezzi andarono perduti. L'azione di Malta deve con­siderarsi, in ogni modo, una del­le più gloriose pagine della no­stra Marina. Un'audacia e uno spirito di sacrificio totale la ca­ratterizza. Non era contemplato, nel piano originario, che i « ma­iali » fossero utilizzati, ma Teseo Tesei insistè fino a tal pun­to da far mutare avviso ai supe­riori. E volle, naturalmente, es­ser chiamato a pilotarne uno. Ciò che gli fu concesso dopo non poche tergiversazioni, poiché il maggiore del genio navale Tesei (era stato promosso, nel frattem­po) non era più un uomo inte­gro nel suo fisico. Appariva spa­ventosamente provato dalle lun­ghe esercitazioni e dalle missio­ni di guerra cui aveva preso par­te. Si era prodigato nel salva­taggio dei superstiti del sommer­gibile « Iride » sulla costa cire­naica; era tornato già in salute malferma dalla spedizione con­tro Gibilterra dove nuotando era sfuggito alla cattura dopo il gua­sto al suo apparecchio; aveva, nel mese di novembre, dato tut­to se stesso nell'opera di soccor­so alla corazzata « Cavour » col­pita dagli idrosiluranti inglesi nel porto di Taranto. Sottoposto ad una visita me­dica di rigore, Tesei era stato dichiarato inidoneo per sei mesi al servizio di sommozzatore per grave vizio cardiaco. I superiori intuirono che l'uomo, ormai ri­dotto ad un rottame, chiedeva, nel suo ascetismo sconcertante, un dono supremo. Non ebbero la forza di negarglielo. L'obiettivo dell'attacco era un grosso con­voglio entrato nel « Grand Harbour », cioè nel più protetto ri­fugio del porto di Malta. Oltre a ciò, si teneva conto anche di un obiettivo morale. Quella base navale era ritenuta inespugnabile. Tesei stesso aveva scritto: « Occorre che tutto il mondo sappia che ci sono degli italiani che si recano a Malta nel modo più temerario: se affonderemo qual­che nave, oppur no, non ha im­portanza: quel che importa è che noi si sia capaci di saltare in aria col nostro apparecchio sot­to gli occhi del nemico: avremo così indicato ai nostri figli e al­le future generazioni a prezzo di quali sacrifici si serva il proprio ideale e per quale via si per­venga al successo. » La forza impiegata, che partì da Augusta, al calar della notte del 25 luglio 1941, si compone­va della nave « Diana » (un av­viso veloce) al comando del ca­pitano di fregata Di Muro, che portava nove « barchini » e un « barellino guida »; del Mas 452, comandato dal tenente di va­scello Parodi e con a bordo Moccagatta, il medico Falcomatà e altri quattordici uomini; del Mas 451, comandato dal sottotenente di vascello Sciolette e ospitante complessivamente nove uomini.Quest'ultimo Mas prese poi a rimorchio uno speciale motosca­fo del tipo « M.T.L. », da prin­cipio rimorchiato dalla nave « Diana », sul quale erano stati collocati due « maiali ». Appun­tamento in mare, in un punto stabilito con « K », a ragionevole distanza dall'isola: poi, secondo il piano, il « Diana » mise a ma­re i « barchini », mollò il moto­scafo speciale e invertì la rotta. Il suo compito era quello di « pendolare » in una zona presso Capo Passero fino alle ore dieci del mattino, come punto di ap­poggio per i reduci dall'azione. Notte senza luna, calma piat­ta. Alle due della notte la ma­novra dello « sganciamento » fu compiuta e le forze di attacco iniziarono la marcia di avvicina­mento all'obiettivo. Sul « barchino-guida » aveva preso posto il capitano di corvetta Giorgio Giobbe. L'attacco doveva svol­gersi nel modo seguente: alle 4.30 il « maiale » di Tesei-Pedretti avrebbe fatto saltare la ostruzione del Ponte Sant'Elmo ed i nove «barchini» (che si te­nevano pronti ad una distanza di cinquecento metri) avrebbero fatto irruzione nel porto attraverso quella breccia, puntando sui bersagli. Allo stesso tempo, un secondo « maiale », pilotato dal sottotenente di vascello Fran­co Costa (secondo uomo il ser­gente-palombaro Luigi Barla) avrebbe attaccato i sommergibili ormeggiati in altro settore del porto, chiamato Marsa Muscetto. Franco Costa è l'ultima per­sona vivente che vide Tesei. Quando i due « maiali » furono messi a mare, l'orologio segnava le tre. L'apparecchio di Costa aveva delle difficoltà e Tesei si incaricò di metterlo in efficien­za. Così, la partenza dei due equipaggi, su diverse direttrici, non potè effettuarsi che alle 3,45. Il che significava un'ora di ri­tardo sulla tabella prevista. Il tempo rimasto a Tesei, dato che la ostruzione doveva saltare alle 4,30 (poi l'alba incalzava), era davvero ristretto. « Presumo » egli disse a Costa « che farò appena a tempo a portare sulla rete il mio apparec­chio. Ma alle quattro e mezzo la rete deve saltare e salterà. Se sarà tardi, spoletterò al mi­nuto. » II che significava che avrebbe fatto scoppiare subito l'ordigno, rinunciando alla possi­bilità di mettersi in salvo. Fran­co Costa riferì tali parole al ri­torno dalla prigionia, parole che gli erano rimaste scolpite nella memoria. Il suo « maiale », non ostante la riparazione, non fun­zionava a dovere e la sua mis­sione non potè essere compiuta. Da quel momento, di ciò che è stato di Tesei e del suo com­pagno Alcide Pedretti, secondo-capo palombaro, nessuno sa più nulla di preciso. Gli inglesi ri­pescarono una maschera di re­spiratore con brandelli di carne e un po' di capelli attaccati. La carica di tritolo scoppiò contro l'ostruzione? Sembra di sì, a giudicare da vari indizi. Il sot­totenente di vascello Frassetto avvertì sullo scafo del suo « barchino » come una frustata. E in­fatti tale è l'effetto delle esplosioni subacquee. Un rapporto del « Royal Malta Artillery», d'altra parte, av­valora l'ipotesi più accreditata, cioè che Tesei assolse puntual­mente il suo compito. Dice, in­fatti, descrivendo il momento dell'attacco in superficie, che av­venne alle 4,44: « Poco prima, una sentinella della batteria Upton aveva scorto un piccolo som­mergibile che doveva creare una breccia sul Breakwater Viaduct ». E accenna anche ad una esplosione. Il comandante dei « barchi­ni », capitano di corvetta Giob­be, attendeva in ansia per dare l'ordine del via. Quei minuti dovettero sembrargli eterni. Già la notte preludeva all'aurora. L'azione non poteva essere più ritardata. Giobbe aveva sempre manifestato grossi dubbi sul suo esito. Ciò è rispecchiato anche dal diario di Moccagatta. Non aveva elementi decisivi per giu­dicare se il « congegno Tesei » aveva funzionato. In cuor suo. sarebbe stato propenso, nell'in­certezza, a dare l'ordine subito. Ma se poi Tesei fosse stato an­cora a ridosso della rete? Le esplosioni dei « barchini » lo avrebbero ucciso. Incertezza dram­matica. Alla fine, stringendo davvero il tempo, Giobbe prese la decisione: « Ragazzi, forza e in bocca al lupo!... ».Secondo i suoi ordini, scatta­rono per primi i « barchini » di Frassetto e di Carabelli, diretti allo sfaldamento dell'ostruzione in superficie. Frassetto fu rego­larmente sbalzato nella scia, do­po aver aggiustato la direzione del mezzo e fissato i timoni. Ca­rabelli, invece, filò col suo pic­colo motoscafo esplosivo fin sul bersaglio. Proprio come un « ka­mikaze » giapponese. Un pila­stro del ponte Sant'Elmo, investito in pieno, crollò e ingombrò ancor più il passaggio con la tra­vata metallica. Ma ormai era finita, per tutti gli assalitori. Di colpo si accesero sui roccioni del porto di Malta i riflettori, men­tre le batterie della difesa apri­vano il fuoco.Due minuti d'inferno, poi si­lenzio completo. Tutto era pron­to per fronteggiare l'attacco, nel­l'isola. Gli inglesi disponevano del « radar » e avevano avuto,tramite l'apparecchio, la segna­lazione dell'avvicinarsi sia del i Diana » che dei Mas. Così, la guarnigione era in stato di al­larme da circa tre ore e i can­noni erano stati puntati subito sugli imbocchi del porto. L'elemento-sorpresa, sul quale da par­te italiana si era fatto affidamen­to, era mancato. Un ammasso di rottami e di resti umani gal­leggiava attorno. Il comandante Giobbe, uditi gli scoppi, viste le fiammate del­l'attacco di Carabelli e di Frassetto, visti partire gli altri « barchini », rimase ancora un po' nella sua posizione, a cinquecen­to o più metri dal Ponte San­t'Elmo, per cercare di capire meglio che cosa effettivamente era accaduto. Fatto segno al fuo­co anche lui, si allontanò, pen­sando che gli obbiettivi fossero stati raggiunti. Il suo « barchino-guida » puntò verso la zona do­ve il Mas 452, con Moccagatta comandante in capo della spe­dizione, stava in attesa. Giobbe si trasferì sul Mas e fece una relazione drammatica ma piut­tosto ottimista. Bisogna aggiun­gere che le luci dei potenti ri­flettori lo avevano accecato, co­sì da non permettergli di vedere altri particolari.Tanto il Mas 452 che il Mas 451 si diressero sulla rotta del ritorno, navigando a una veloci­tà di ventotto miglia. Quello di Moccagatta, però, lasciò la zona con un certo ritardo. Il fatto è che il comandante della spedi­zione non si decideva a partire, nella speranza di poter recupe­rare qualche superstite.
Ufficiali della base di Augusta, sulla costa siciliana.Al centro, Moccagatta prima della partenza per Malta.********** Vittorio Moccagatta non voleva abban­donare uno dei suoi uomini in mare. E ciò fu la causa di un ulteriore bagno dì sangue. Appena il cielo si fece chia­ro, la caccia inglese si alzò in volo e si dette all'inseguimento dei superstiti. Alle sei e un quar­to, il Mas 452 fu avvistato. An­che la nostra caccia fece la sua apparizione: cinque apparecchi si portarono sul battello ritarda­tario, rimanendo in posizione di scorta. Ma gli aerei inglesi era­no ben più del doppio, erano tredici. Nel duello aereo il mag­gior numero si impose. Tre dei nostri furono abbattuti. Il Mas 452 subì serrati mitragliarnenti. Alle prime scariche caddero Moccagatta, Giobbe e Parodi, poi Falcomatà e gli altri. Non miglior sorte ebbe l'altro Mas che si incendiò e dovette essere abbandonato.Gli inglesi, più tardi, tornando in ricognizione sul mare, avvi­starono il Mas 452, ancora galleggiante, come un battello-fan­tasma, con tutti morti a bordo. I vivi, gli undici uomini che eb­bero in sorte di ritornare a ca­sa, erano sul motoscafo-siluran­te. Con quello poterono raggiun­gere il « Diana » che « pendola­va » puntualmente al largo di Capo Passero. Un'impresa temeraria, osser­vano i critici militari. Malta era una fortezza munitissima, in ogni senso. L'Italia non aveva nell'i­sola nessun agente segreto, nessu­na fonte di informazione diret­ta. Non si conoscevano nemme­no la dislocazione e la forza ef­fettiva degli apparati difensivi del porto. Soltanto le fotografie degli aerei da ricognizione pote­rono essere prese a base della elaborazione del piano di attac­co. Per di più, qualche cosa non funzionò a dovere. Era stabilito che vi fossero tre « diversivi » sotto forma di bombardamenti aerei, quella notte. Ma il primo non fu effettuato per niente, il secondo con un solo apparecchio, il terzo con due.
seconda guerra mondiale
Tratto da Storia Illustrata anno 1968, del mese di 128, numero luglio. Autore: beppe pegolotti