441-QUELLI DI ISBUSCENSKI (L.6°/V. XII)
Un inedito documentario a colori della cavalleria in Russia.L' autore di questo articolo ha rintracciato i sopravvissuti della leggendaria carica di Isbuscenski e ha registrato su nastro i loro racconti. Questa è la storia degli uomini che,in sella a un cavallo,presero parte alla campagna di Russia.
Verso il Donez,1941.( le foto sono state scattate dall' allora maggiore di cavalleria Pietro De Vito Piscitelli di Collesano).*********** Migliaia di pagine sono state scritte sulla follia che spinse Mussolini a spedire in Russia le nostre fanterie, calzate con i regolamenari "scarponcini chiodati", ma quasi sempre si è fatta passare sotto silenzio la decisione ancor più incomprensibile di includere nel CSIR due reggimenti di cavalleria e uno di artiglieria ippotrainata. Questo silenzio si rivela singolare se si pensa che la maggior parte degli uomini del "Novara" e del " Savoia Cavalleria" furono avvicendati prima della grande ritirata del 1942 e subito dopo alcuni fatti d' arme famosi, come la carica di Isbuscenski, sicché furono tra i pochi a rientrare in Italia, praticamente essendo rimasti imbattuti. Tuttavia a guerra ancora in corso, fu presto chiaro che mentre da un lato si faceva di tutto perchè episodi irripetibili come quello della carica entrasssero nella leggenda, magari arricchiti di inutili orpelli, da un altro si badava a mettere la sordina su due aspetti inquietanti della vicenda: l' assoluta imprevidenza dimostrata nell' impiego di quei reparti e la tragica realtà della rotta della divisione "Sforzesca"che la cavalleria fu costretta a mimetizzare con lo scintillio di un fatto d' arme spettacolare. L' imprevidenza non era stata solo nostra. Quasi tutti gli eserciti erano entrati in guerra con folti reparti montati. Il generale russo Aleksander Vasilievic Gorbatov ha scritto:" Il 22 giugno del 1942 fui nominato ispettore della cavalleria, ma non posso dire che la nomina mi facesse piacere: avevo prestato servizio per 28 anni in cavalleria, amavo quell' arma più di ogni altra, ma con la comparsa dell' aviazione e dei carri armati fin dal 1935 avevo cominciato a dubitare della sua funzione nella guerra futura, specialmente sul teatro d' operazione occidentale". Solo da noi evidentemente non si nutrivano dubbi. Nei libri di testo dell' Accademia si leggeva ancora alla vigilia del conflitto la massima del maresciallo di Sassonia:"Un reggimento di cavalleria è buono quando sa caricare di carriera per mille metri, senza perdere l' allineamento". Ma - quel che è peggio - i dubbi non sarebbero affiorati neppure a guerra in corso. Nel gennaio 1943, una rivista militare commentava così le operazioni in Russia: " Alla luce della recente esperienza si auspica che in futuro la cavalleria venga dotata di una sciabola più pesante, con il centro di gravità spostato in avanti". Questo si scriveva mentre la bomba atomica era già in cantiere. Altro motivo per innestare la sordina fu il tentativo di coprire con una cortina fumogena la tra­gica rotta della « Sforze­sca ». Il generale Messe cercò, per primo, di tra­visare i fatti descrivendo come « ordinata ritirata » il fuggì fuggì di migliaia di ragazzi inesperti e di ufficiali travolti da avvenimenti più grandi di lo­ro. Nella falla apertasi a metà agosto sul sottile fronte italiano sul Don, dalla quale straripavano i russi, vennero inviati i reggimenti a cavallo, of­ferti come olocausto allo scopo di bloccare l'avan­zata, anche per poche ore, e di salvare la vita a migliaia di fuggiaschi. Incredibilmente, l'opera­zione riuscì: sia per il co­raggio degli uomini, sia perché la mossa sembra­va tanto suicida da non poter essere neppure ipotizzata dal nemico. Fu così che « Savoia », « Novara » e « Batterie a Cavallo » pagarono il lo­ro tributo, sciabole al vento, anacronisticamen­te e spettacolarmente co­me ai tempi di Balaclava. Ma subito si volle che quel tributo diventasse «episodico»: chiarirlo voleva dire rivelare la realtà della nostra impre­parazione e della nostra debolezza, significava -in sostanza - dar ragione ai tedeschi che ci tene­vano in poco conto, fa­cendo schiattare i gene­rali italiani e mandando in bestia Mussolini che commentava indignato: « Ci considerano meno dei romeni ». Questo spiega anche co­me, ancor oggi, ci sia chi considera la carica di Isbuscenski « un'inutile carneficina »: i documen­ti falsati in origine, per penosa millanteria, pro­vocano ancora errori. La celebre carica (seicento italiani contro duemila russi) costò solo 39 mor­ti, ma salvò la vita ai resti di un'intera divisio­ne che vagavano senza meta nella piana tra i fiu­mi Kriutska e Kuzkan. Per pagare il loro tribu­to, per chiudere una fal­la che subito si sarebbe riaperta, la cavalleria ita­liana aveva affrontato un viaggio di duemila chilo­metri (metà in treno e metà in sella) che era du­rato un anno. Alla fine del luglio 1941, le tradotte erano parti­te da Verona: sui carri bestiame uomini e ca­valli accomunati dalla guerra avevano viaggiato verso il Brennero e di lì, lentamente, verso Innsbruck, Salisburgo, Vien­na, Budapest e via via fino oltre il confine tra Ungheria e Romania. Il viaggio avrebbe dovuto proseguire sugli autocar­ri, ma gli autocarri non c'erano: non restò che insellare e partire a cavallo. Per dove? La trac­cia era facile: le divisioni corazzate tedesche era­no passate da tempo, la­sciando un solco profon­do, e marciavano a un ritmo inaudito per quel tempo. Agli italiani, gregarì aggiunti dell'ultima ora, non rimaneva che il compito di inseguire il vincitore. L'ordine era di raggiungerlo in tempo, prima che si sedesse a banchettare da solo. La cavalleria, che era ovvia­mente più celere della fanteria, fu mandata all'inseguimento... dei te­deschi. Di tanto in tanto li raggiungeva e riceve­va in consegna tratti di fronte che presto diven­tavano retrovia. Ricorda un reduce: « En­trammo nel vivo della guerra senza rendercene conto; era ancora una cosa quasi sportiva: una lunga passeggiata, come ci era stata preannuncia­ta in Italia; una presa di posizione che non dove­va portare grossi rischi per noi, che ci avrebbe impegnato solo per dei servizi di collegamento, dei servizi di rastrella­mento, e che tutti aveva­no accettato come male inevitabile ma non così terribile come poteva succedere a quelli che venivano trasferiti in Africa.« Nella truppa non c'era nessun senso "eroico" della situazione. Questa era stata solo accettata di buon grado, per senso del dovere, e di buon grado si superavano tut­te le difficoltà.
Panteleimonowka: primo disgelo alla fine dell'inverno 1941.************ La più forte di queste, nei pri­mi tempi, era stata la tri­stezza del paesaggio: il senso di oppressione che la steppa russa offriva in quei primi giorni pesava più della lontananza da casa; pesava più della paura del combattimen­to che esiste sempre, pe­sava più di tutto: più dei disagi, del caldo, del freddo della notte. Vedo ancora quella enorme pianura che si sperdeva a perdita d'occhio, sen­za un punto di riferimen­to, senza una ondulazio­ne, senza un albero, sen­za una collina: erba e girasoli, erba e girasoli, e la fila lunghissima dei nostri cavalli e degli uo­mini che la percorreva­no sotto il sole. » Ai primi di settembre, dopo una marcia a caval­lo di quattrocento chilo­metri, i reggimenti « Sa­voia » e « Novara » giun­sero al fiume Dniepr, giusto in tempo per pren­dere in consegna un trat­to della riva occidentale. I tedeschi, che con la « battaglia dei due fiu­mi » avevano spazzato il terreno tra il Burg e il Dniepr, avevano premura di balzare più avanti e di chiudere la grande te­naglia destinata a strito­lare Kiev. Il loro posto avrebbe dovuto essere preso dalle fanterie ita­liane che però erano ri­maste indietro. Toccò co­sì alla cavalleria appieda­ta prendere posizione nelle trincee lungo il fiume. « La marcia era stata lun­ga: 400 chilometri in 9-10 giorni. Aveva messo a dura prova la nostra resistenza e quella dei cavalli, che avevano do­vuto superare in quel modo il periodo di acclimatamento.
Awdiewka: la garitta davanti al comando del " Savoia Cavalleria".********* Per noi ci fu anche il trauma dell'appiedamento: senza cavallo ci sentivamo co­me disarmati ». Racconta ancora un graduato: « Quello che ci aveva stupito era che le S.S. te­nevano con poche trup­pe un fronte che ora im­pegnava tutta la nostra Divisione. Praticamente, avevano già un altro sti­le di guerra, un altro mo­do di combattere: erano motorizzati, superarmati, abituati al combattimen­to isolato, mentre noi eravamo abituati al com­battimento "di massa". Era gente che teneva un chilometro di fiume con due uomini: però lo te­nevano con dei mezzi, con delle armi a tiro ra­pido, con armi automati­che, con motociclette adatte ai terreni (come quelle da cross) con au­toblindo leggere, mentre noi lo tenevamo a piedi con fucile mitragliatore Breda, con moschetto 91 e con un sacchetto di bombe a mano (6-8 a persona) ».Ma il lavoro di supplen­za non sarebbe durato a lungo. Hitler aveva de­ciso che per spezzare la resistenza russa bisogna­va bloccare le fonti di ri­fornimento e le divisioni corazzate tedesche pun­tarono decise verso sud. Agli italiani, appena giun­ti dopo marce forzate e già illusi di venire presto rimpatriati, venne asse­gnato un compito nuo­vo: occupare parte del bacino minerario del Donez, nella zona di Nikitowka, Gorlowka e Rikowo. « Avanzare » fu il nuovo ordine.
Awdiewka: l' isba che ospitava un ufficiale italiano.********** E le uniche truppe in grado di eseguirlo furono ancora quelle della « Celere », in particolare la cavalle­ria. Il maltempo aveva intanto trasformato le colline dell'Ucraina in montagne di fango e le autocolonne con i rifor­nimenti rimasero blocca­te. Cominciò l'odissea della sopravvivenza. Già sul Dniepr la sussistenza aveva spedito casse di preservativi al posto del­le scatole di carne. Oltre il fiume accadde di peg­gio.I primi scontri armati si rivelarono furiosi: i russi attendevano l'attacco e il comando italiano si ostinò ad effettuarlo con i reparti d'avanguardia fin­ché non ebbe capito che per ottenere qualche suc­cesso bisognava impiega­re l'intero corpo di spe­dizione. Così, fu la ca­valleria a dare il primo tributo di sangue. Poi arrivò il terribile in­verno (il più freddo da un secolo) e calò come una cappa mortale. I rus­si, bloccata l'avanzata te­desca alle porte di Mo­sca, iniziarono a contrat­taccare anche a sud: la battaglia per il bacino minerario non ebbe tre­gua, anzi arrivò al suo apice la notte di Natale. « Ricordo », racconta un mitragliere del «Savoia», « che proprio nei giorni natalizi tornammo anco­ra una volta a dare man forte alla fanteria. L'80° era accerchiato a Rikowo e si sparava da ore inin­terrottamente. Il 3° Ber­saglieri e il 54° erano an­dati sette volte alla baio­netta in un solo giorno. Noi tenevamo la prima linea; io ero alla mitra­gliatrice.
Awdiewka: la stanza del maggiore De Vito Piscitelli di Collesano.*********** Fu allora che vi­di soldati dell'80° tornare verso le nostre linee completamente nudi. Li avevano spogliati i russi e ce li rimandavano, ma per strada cadevano as­siderati e si fermavano per un attimo e rimane­vano lì, come statue di ghiaccio. C'era un fred­do indescrivibile e poco da mangiare: i cavalli, ridotti a scheletri, stava­no nelle case senza pa­glia né foraggio: rosic­chiavano le pareti di le­gno e le porte. I locali erano senza finestre e al­la mattina trovavamo i cavalli con una museruo­la di ghiaccio che si era formata con il loro fia­to »...Verso la fine del gennaio 1942 i reparti a cavallo vennero ritirati dalla pri­ma linea e mandati a « svernare » nelle retro­vie.
In vista del Don nell' estate 1942, poco prima della carica di Isbuscenski.*********** Fu allora che fra ca­valieri italiani e contadi­ni si stabilì quello stra­no rapporto di amicizia che più tardi avrebbe fat­to sì che i partigiani rus­si lasciassero spesso passare i nostri reparti a ca­vallo in ritirata, senza at­taccarli. « Noi stavamo in un pae­se coperto di neve: Awdiewka.
Lungo le piste polverose del bacino minerario del Donez.*********** Le nostre serate erano molto belle: noi ci comportavamo educata­mente e facevamo la cor­te alle ragazze come se fossimo stati in Italia. Ri­cordo che avevamo ricu­perato, in una casa occu­pata, un vecchio gram­mofono a tromba con al­cuni dischi, e, con que­sto materiale, ogni sera, organizzavamo una fe­sticciola sempre affollatissima. Naturalmente c' era il problema delle puntine per il grammofo­no": non potendo fare al­tro usavamo sempre la stessa badando di appuntirla, di tanto in tanto, con della pietra pomice. C'erano molti dischi del Coro dell'Armata Rossa, e noi avevamo imparato anche quelle canzoni che ripetevamo alla meglio, sia pure storpiando la pronuncia.
Interrogatorio di alcuni anziani contadini, in Ucraina.********** C'era poi un ballabile intitolato Mamauì che suonavamo decine di volte per poter dan­zare. « Venivano anche delle partigiane da fuori città, e si divertivano un mon­do: dicevano di non avercela con noi italiani. I tedeschi, invece, erano odiati. Ogni tanto, alle feste, qualche ragazza non si presentava all'ap­puntamento: "Dov'è? Per­ché non viene?" chiede­vano i soldati. E le ami­che si limitavano a rispondere: "Era ebrea, i tedeschi l'hanno saputo". I tedeschi portavano via anche le ragazze non ebree che sembravano lo­ro adatte ad altri scopi. Per questo motivo al Reggimento fu organiz­zato una specie di uffi­cio collocamento che co­minciò ad assumere sar­te, lavandaie, cuciniere, vivandiere. Le "dipen­denti" ricevevano un re­golare documento di ri­conoscimento che diven­ne ben presto un prezio­so salvacondotto ». Ma la « vacanza » di Awdiewka durò poco. In primavera fu dato l'ordi­ne di tenersi pronti, « Pronti a tornare a ca­sa » assicurava radio naia. Ma Hitler aveva una nuo­va idea fissa nella testa: Stalingrado. Un'ennesima grande manovra fu ini­ziata alla fine di giugno.
Operazioni di sminamento effettuate da specialisti di cavalleria.************ Il 5 luglio i tedeschi raggiunsero il Don a Voronez (a nord di Stalingra­do). Un altro gruppo di armate era sceso lungo il Donez. Tra i due fiu­mi si era formato un ennesimo corridoio vuoto da « spazzare ». Toccava agli italiani. In teoria toc­cava all'ARMIR, la nuova armata messa orgogliosa­mente a disposizione da Mussolini. Ma queste truppe stavano ancora vagando per la Russia, a marce forzate. Così il vecchio CSIR venne nuo­vamente spedito avanti. E la cavalleria sempre in testa.Il morale, tuttavia, era alto. Il motto era: « Tra pochi giorni a casa » e la grande illusione si autoalimentava come un sogno. Quelli del « Sa­voia » avevano addirittu­ra rispolverato un motivetto di caserma: «Quan­do Savoia entra in Milano / tutte le donne batton la mano / batton la mano per l'allegria / vi­va Savoia cavalleria ». I giorni della catastrofe si avvicinavano, ma tutti ne erano ignari. « Prima di dare la biada, rivista ai cavalli: non so­no più allenati alle lun­ghe tappe e sono pieni di bolle e fiaccature: fac­ciamo un gran lavoro con impacchi, vasellina, pomata al metilene. E poi, tante tante racco­mandazioni agli uomini: non devono ciondolare sul cavallo come tanti Don Chisciotte, altrimen­ti finirebbero col restare a piedi. Gli ufficiali, a causa di questa prospet­tiva, hanno ripristinato la "tariffa fissa": cavallo fiaccato, tre giorni di pri­gione. Da lontano intan­to si sente tuonare il cannone, ininterrotta­mente ». Mancano pochi giorni al terribile attacco russo ma un cavaliere scrive anco­ra nel suo diario: « Mo­rale altissimo: si è sparsa la voce che domani fare­mo l'ultima tappa, poi ci fermeremo in attesa che ci venga dato il cambio. Procediamo lungo il fiu­me Jablonowaja, semia­sciutto. Interminabili co­lonne di mezzi motorizzati ci sorpassano, co­prendoci di polvere: so­no i rifornimenti per la truppa già attestata sul Don. Ci sono anche le truppe della "Sforzesca" giunte fresche dall'Italia. Kamenka è un piccolo centro inospitale, ma che importa: domani faremo l'ultima tappa ». Poi, all'improvviso, la ba­tosta. I russi attaccano sapientemente nel punto di congiunzione tra lo schieramento tedesco e quello italiano costituito dai nuovi rincalzi, arriva­ti da poche ore dopo due mesi di marce. I ra­gazzi non reggono a un così tremendo battesimo del fuoco: l'onda li tra­volge. Un caporale di ca­valleria, inviato di pat­tuglia, li vide così: « II contatto con queste trup­pe fu desolante: magaz­zini distrutti, furerie in fiamme, gente sbandata e senza armi, senza el­metti, senza fasce mollettiere, gente in maniche di camicia che correva qua e là piangendo, con la faccia sconvolta dal terrore.
La piazza principale di Stalino dopo il passaggio delle truppe tedesche.*********** Avevano molla­to di colpo: erano appe­na arrivati in linea, dopo una marcia a piedi du­rata due mesi, e non avevano nessuna prepara­zione e nessuna organiz­zazione ». Ancora una volta i re­parti di cavalleria e le « Batterie a Cavallo» ven­nero spediti a tamponare la falla. Ma non c'era­no più falle: c'era una frana inarrestabile. Le pattuglie si imbatterono in gruppi di sbandati ter­rorizzati.« Durante la marcia due giorni dopo lo sfonda­mento trovavamo ancora quelli della "Sforzesca" che imploravano perché li aiutassimo a scappare più in fretta, lo ne presi uno in arcione, per qual­che chilometro. Gli chie­si come era andata ma non mi rispose; si teneva stretto alla mia vita, come un bambino, e tre­mava. Solo dopo qualche minuto di silenzio, sem­brò ricordarsi della mia domanda e disse: "Las­sù c'è la morte!" ». Il comando italiano deci­se allora di mandare la cavalleria in bocca al nemico, sperando che un temporaneo tampona­mento salvasse la divisio­ne che « si ritirava ». Le batterie a cavallo venne­ro allora impiegate esat­tamente come ai tempi di Napoleone: una serie di colpi e via, a portare il pezzo in un altro pun­to ove occorreva il fuo­co. « Novara » fu investi­to a Jagodnij e tenne du­ro, oltre ogni limite pre­sumibile. « Savoia » pun­tò a est, verso il nemico che arrivava. L'impatto avvenne il 24 agosto, al­l'alba. « La notte fra il 23 e il 24 agosto dormimmo al­l'addiaccio: fummo sve­gliati dagli spari. Quan­do il capitano disse "a cavallo" e poi "sciablmano" capimmo cosa ci aspettava, lo montavo una cavalla afflitta da con­giuntivite cronica che in­ciampava sempre. Tre­mavo. Si partì sulla de­stra: io dovevo trattene­re la cavalla per non ruz­zolare. Rimasi staccato di 20 metri. Girammo sulla destra, da una bal­za all'altra e arrivammo sul fianco del nemico senza essere visti. Ad un tratto sentimmo le mitragliatrici che ci spara­vano addosso. C'erano anche gli anticarro che sparavano d'infilata là dove dovevamo arrivare. Ricordo che passammo al galoppo, lo non pen­savo a nulla: ero di ghiaccio ed il tremito era scomparso. Loro era­no nelle buche. Una raf­fica di mitra mi passò so­pra la testa e prese in fronte il mio compagno al quale venne strappato l'elmetto... Arrivai sulla buca dalla quale erano partiti i colpi e diedi tre sciabolate: il russo non portava l'elmetto ed era fuori fino alla cintola. Più avanti vidi il nostro capitano che era cadu­to... Eravamo circondati. Sentii una botta sulla gamba destra e gridai: "Mi hanno beccato". Ma ritornammo sui no­stri passi per caricare di nuovo: non eravamo in ottanta, come all'inizio, ma la metà. A un certo punto mi trovai solo a cavallo con alcuni russi attorno. Allora cominciai a sciabolare puntando briglia e speroni: in me si era scatenata la forza della sopravvivenza e mi dava una tale lucidità che agivo come se tutto fosse stato preordinato. Caricavo continuamente e sciabolavo e gridavo in russo: "Daleco" (anda­te di là). Loro si misero a correre e io dietro scia­bolando. Loro non spa­ravano: erano come sbi­gottiti, io li inseguivo al galoppo sfrenato e loro correvano. Sulla mia si­nistra vidi il resto del reggimento che tornava dalla carica. Arrivato al comando, per lo sforzo e l'emozione caddi a ter­ra svenuto. Mi portarono al pronto soccorso dove fui medicato dal tenente medico che mi disse: "Te la sei cavata bene". La situazione fu chiara solo alla sera: i seicentocinquanta cavalieri ave­vano caricato duemila siberiani e li avevano bloc­cati. Era nata una leg­genda.Dopo duemila chilome­tri i ragazzi del « Savo­ia » si erano battuti per tamponare una falla. Di lì a poco, con i loro compagni di « Novara » e delle « Batterie » sareb­bero stati avvicendati. Chi arrivava a sostituirli era destinato a percorre­re tutto il cammino a ri­troso, risalendo dispera­tamente verso Karkov, Kiev, Gomel, e Minsk per rientrare poi via Var­savia e Vienna...
seconda guerra mondiale
Tratto da Storia Illustrata anno 1973, del mese di 195, numero dicembre. Autore: lucio lami