434-UOMINI E NAVI DELA MARINA BORBONICA(L.6°/V. V)
Si è sempre ironizzato sull' esercito dei Borboni. La loro flotta era invece, alla metà dell'Ottocento, una delle più tecnicamente progredite dell' Italia d' allora.
La flotta di CARLO III di Borbone salpa per la Spagna il 7 ottobre 1759.( Particolare del dipinto di Antonio Ioli al Museo di San Martino).********** Quasi esattamente a metà della storia della marina Borbonica stà la morte mediante impiccagione di Francesco Caracciolo, brigadiere di quella marina, che getta un'ombra fosca sui Borboni e su Nelson. Erano infatti trascorsi sessantacinque anni da quando- sulle galere "San Gennaro, Concezione, e Sant' Antonio" veniva per la prima volta alzata la bandiera con i gigli d' oro del nuovo regno delle Due Sicilie; e sessantadue anni più tardi quella bandiera sarebbe per sempre ammainata dai legni che erano con Francesco II a Gaeta, dove egli si era trasferito per l' estrema resistenza: la corvetta a vapore " Messaggiero" la fregata "Partenope", la corvetta " Saetta", e l' avviso "Delfino". Davvero esigua era la flotta che Carlo di Borbone figlio di Filippo V di Spagna, trovò a Napoli nel 1734, quando vi entrò, assumendo l' anno seguente il titolo di re delle Due Sicilie ( finalmente Napoli dopo ventisette anni di dominazione austriaca, che seguivano a due secoli di soggezione alla Spagna- era rielevata a capitale di una monarchia autonoma). Le quattro galere del viceregno austriaco erano infatti riuscite a salpare alla volta di Trieste, men­tre il vascello San Leopol­do navigava già in Adriati­co. Le navi rimaste erano soltanto quattro vetuste galere e pochi altri legnetti, quasi tutti inservibili, che proprio per tale mo­tivo non avevano neppu­re tentato di raggiungere l'Austria. Non v'era alcuna ordinanza di marina, non esisteva difesa delle coste, sì che città e popolazioni litoranee e bastimenti mercantili si trovavano indife­si di fronte alle frequenti scorrerie dei barbareschi. Ma in breve tempo Carlo riuscì ad avviare le basi di una marina: acquistò quel­le tre galere ch'erano in costruzione a Civitavec­chia e furono, le prime uni­tà efficienti della flotta borbonica; piantò egli stesso, nel 1735, il primo chiodo nella trave che for­mava la chiglia della nuo­va galera capitana; e nel medesimo anno istituì I' Accademia dei guarda stendardi, collegio per la formazione degli ufficiali di marina, e la Scuola dei grumetti (grumete, in spa­gnolo, vale mozzo) per i futuri piloti. Ci volle però l'atto di forza del commo­doro inglese Martin per spronare Carlo a dar vita, e molto celermente, a una forte marina. Nel 1742 William Martin era entrato nel golfo di Napoli con quattro vascel­li, una fregata, tre bom­bardiere per dissuadere il re dall'intervenire nella guerra scoppiata tra Spagna e Austria, alla quale ultima era alleata la Gran Bretagna. Poiché non riu­sciva con le buone, il com­modoro posò l'orologio sul casseretto della sua na­ve, l' Ipswich, fissando in mezz'ora di tempo il limi­te per la risposta: o il so­vrano sarebbe rimasto neutrale o la squadra bri­tannica avrebbe bombar­dato la città. Subito lo smacco, re Car­lo ordinò senza indugio la costruzione non soltanto di navi sottili, come le ga­lere (quattro ne furono im­postate a Palermo), ma an­che delle fregate San Ferdinando, da 54 cannoni, SS. Concezione e Santa Amalia, da 30 (a Napoli), e due altre, da 30, ne com­mise alla Spagna, donde fece venire alcuni ufficia­li, poiché volle foggiare la sua marina secondo il mo­dello spagnolo, ricalcando le ordinanze ch'erano sta­te emanate nel 1701 da Fi­lippo V; e castigliana sino al 1778 fu la lingua nella quale venivano dati i co­mandi. Qui conviene pre­cisare che le navi spagno­le erano allora, quasi si­curamente, le migliori nel mondo per progetto e co­struzione, di certo supe­riori a quelle inglesi e fran­cesi (mentre eccellevano gli ufficiali e gli equipaggi britannici), e che proprio la Spagna ostacolava il re­gno delle Due Sicilie nel­lo sviluppo della flotta, mentre Io sovveniva con milizie di terra. Di certo maggiore sareb­be stato l'accrescimento dell'armata di Napoli, se il sovrano - ch'era tanto portato verso la marina da far segnare quegli alberi che gli parevano adatti per la costruzione di navi -non ne fosse stato tratte­nuto appunto dalla corte di Madrid. Tuttavia nel 1754 la flotta consisteva: nel vascello San Filippo e in cinque fregate, che for­mavano la prima squadra, agli ordini del comandan­te delle forze navali fra Michele Raggio, bali del­l'Ordine di Malta; in quat­tro galere, seconda squa­dra, capitanata dal colon­nello don Antonio de Ze­lava; nella squadra degli sciabecchi, comandata dal capitano graduato di fre­gata Giuseppe Martinez, che ritroveremo fra poco; e in alcune galeotte -quarta squadra - agli ordi­ni del tenente di nave Giovanbattista d 'Afflitto. Carlo creò il corpo degli ufficiali di guerra, quello dei piloti e l'amministra­zione della marina; fondò l'arsenale di Napoli e ne costruì il porto militare. Stabilì l'uniforme degli uf­ficiali, che comprendeva una giubba azzurra sopra il bianco panciotto, pan­talone e calzabrache bian­chi, cappello a tricorno. A parte la prepotenza del commodoro Martin, il re delle Due Sicilie aveva ben motivo di possedere una flotta efficiente, anche per­ché obiettivo della squa­dretta di sciabecchi algeri­ni, entrati nel golfo di Na­poli il 21 aprile 1738, era la cattura dello stesso re, mentre egli fosse sulla via del ritorno da una battuta di caccia a Procida. Pervicaci e principali avversari erano dunque i barbareschi - pirati più che corsari - e contro di loro nel 1739 vennero armate tre piccole squadre di ga­leotte e feluconi. Quella comandata dall'alfiere di galera Antonio Doria at­taccò due legni tripolini, il 23 giugno, al largo di Capo Palinuro, e li cattu­rò, conducendoli come preda a Napoli. Altra vit­toria fu quella del 13 ago­sto 1740, quando le due galeotte di Tommaso Vicuna, tenente di galera, mandarono a fondo presso Punta Stilo due analoghe navi tripoline, catturando­ne le ciurme. A nulla val­sero gli accordi tra la cor­te borbonica e la Sublime Porta, dalla quale dipen­devano le reggenze di Tri­poli, Tunisi e Algeri, porti d'armamento dei barbare­schi. Difatti, nonostante il trattato di pace tra il re di Napoli e il sultano, le scor­rerie dei pirati continuava­no, sicché i regi legni do­vettero quindi proseguire le crociere di vigilanza lungo le rotte costiere, spesso intercettando le na­vi africane. Tra i comandanti borbo­nici emerge la figura di Giuseppe Martinez, più noto sotto il nome di guerra capitan Peppe, che passato dalla Spagna ov' era nato nel 1702, al servizio di Carlo quale alfiere, si distinse dapprima nel comando della galera San Francesco, poi della squadra delle galeotte e dal 1750, degli sciabecchi.Capitan Peppe non si limitò a difendere le coste nazionali, ma si spinse nelle acque dei barbareschi, catturando una galeotta (1747) e uno sciabecco (1750), tutt'e due tunisini. Nell'aprile del '52,nel Mar Jonio, egli impegnò i suoi quattro sciabecchi contro una grande unità bey di Algeri, forte di sedici cannoni e più di 200 uomini d'equipaggio.La battaglia durò tre giorni e si concluse con l' affondamento del Gran Leone e la morte di centonove algerini, mentre lo stesso reis e gli altri mori vennero catturati. Tra il 1753 e il '57 il Martinez prese non meno di quattro pinchi e una galeotta, rinsaldando una fama d'invincibilità che lo fece divenire leggendario, sì che la bandiera napoletana era temuta dai barbareschi. Chiamato Carlo a succedere al fratellastro Ferdinando VI sul trono di Spagna nel 1759, la corona delle Due Sicilie passò al figlio Ferdinando IV, ancora in minore età; e nel periodo di reggenza la marina fu trascurata, al punto che non vennero impostate nuove navi e la Spagna riprese la sua supremazia sul regno di Napoli. La flotta, ridotta a tre fregate e altrettante galere, era quasi inattiva,tanto che i pirati ricominciarono la scorrerie, sbarcando abbastanaza spesso sulle coste a scopo di preda e riducendone in schiavitù gli abitanti. Ma Ferdinando IV, raggiunta nel 1767 la maggiore età, si volse con passione alla marina, spinto a ciò sia dalla propria indole, sia dalla moglie Maria Carolina, che con il suo forte carattere liberò il regno dall' ingerenza spagnola e patrocinò una potente armata. Di certo l' atto più determinante del nuovo indirizzo marittimo- e non di quello soltanto- fu la chiamata a Napoli di Giovanni Acton, che dal' iniziale incarico di segretario di stato per la marina (1778) divenne in pochi anni l' ispiratore e quasi l' arbitro della politica delle Due Sicilie.
Guglielmo Acton comandava la pirocorvetta Stromboli che non aprì il fuoco sui mille durante lo sbarco a Marsala.Nel 1870 divenne ministro della Marina italiana e nel 1879 vice-ammiraglio.********** Il nobile inglese John Francis Edward Acton, nato nel 1737, aveva prestato servizio con onore presso il Granduca di Toscana, dimostrandosi valente uomo di mare e di guerra al comando della fregata " Etruria" e per aver coperto la ritirata degli spagnoli nell' attacco di Algeri (1775) s'era meritato l' elogio del re Carlo III. Chamato a Napoli per riordinare la marina, l' ampliò e la rinnovò. Anzitutto formulò un piano organico che prevedeva una forza di quattro ( se non addiritura dodici)fregate, dodici sciabecchi, una novantina di legni minori; inraprese la costruzione del cantiere di Castellamare di Stabbia, trasferì a Portici l' Accademia di Marina, ingrandendola; abolì l' uso in servizio della lingua spagnola; inviò i migliori tra i giovani ufficilai a miitare su navi inglesi e francesi; istituì il corpo dei cannonieri di marina e quello della fanteria di marina, detto dei "Liparotti" essendo in prevalenza formato da isolani dell' isola di Lipari; acquistò due vascelli da 64 cannoni e una fregata da 50. Sopra tutto teneva in continua attività le navi, tanto che di buon grado inviò una forte squadra per concorrere alla spedizione ispano-maltese-portoghese contro Algeri. Nonostante i bombardamenti proseguiti per dieci giorni, l' attacco non conseguì risultati notevoli. Tuttavia vi si segnalò il capitano di fregata Caracciolo che con lo sciabecco San Gennaro il Vigilante s'era spinto così vicino alle batterie del porto che alcuni legni al­gerini uscirono e l'accer­chiarono; ma lo sciabecco potè liberarsi grazie al­l'aiuto di due galee mal­tesi.Caracciolo diede poi avvio a un incidente diplomati­co.
Varo del " Partenope" a Castellammare di Stabia il 16 agosto 1786.********** Dopo la rivoluzione del 1789 Gran Bretagna e Francia erano in guerra, e ne approfittarono i barba­reschi per riprendere le scorrerie, aiutati dall'uno o dall'altro belligerante. Il naviglio militare delle Due Sicilie era perciò in mare a protezione del proprio traffico mercantile. Appun­to per dar caccia a due sciabecchi algerini che vo­levano attaccare una po­lacca napolitana, la frega­ta borbonica Sirena si spin­se nella rada di Cavalaire e li mandò a fondo. Ma così il comandante Carac­ciolo aveva svolto un'azio­ne di fuoco in acque terri­toriali francesi, onde pro­teste della repubblica e in­chiesta. Caracciolo fu mes­so agli arresti a Gaeta, ma pochi mesi dopo fu libera­to e ebbe anche il coman­do del vascello Tancredi. Intanto la politica dell'Acton dava i suoi frutti, e l'armata comprendeva cin­que vascelli, otto fregate, sei corvette, per elencare soltanto le unità principa­li. Tuttavia, benché la flot­ta borbonica fosse pronta all'azione e bene armate fossero tutte le batterie del golfo, quando il capitano di vascello francese Latouche-Tréville si presentò con i suoi dieci vascelli dinanzi a Napoli (16 di­cembre 1792) per esigere soddisfazione in seguito ad altro incidente diploma­tico, Ferdinando IV cedet­te. Non soltanto, ma la squadra francese fu rifor­nita di tutto punto, e, per raddobbare il vascello Languedoc danneggiato da un successivo fortunale, si disarmò il Tancredi. La so­sta del Languedoc fece di­vulgare tra i simpatizzan­ti le nuove idee della ri­voluzione. Partito Latouche-Tréville, il re si accordò con la Gran Bretagna e nel settembre del '93 inviò una squadra per cooperare con gli in­glesi alla difesa di Tolone. Caduta la città in mano ai repubblicani, tre navi napolitane presero parte alla battaglia del 13-14 marzo 1795 presso Capo Noli contro i francesi. Non fu episodio glorioso per gli alleati, che attaccarono due vascelli francesi rima­sti isolati dal loro grosso e arresisi soltanto dopo aver perduto 400 uomini ed esser rimasti quasi di­salberati.
Bandiere della marina Borbonica: 1) Stendardo reale....II)Bandiera delle navi da guerra....III)Insegna di comando....IV)Insegna di pilota.....V)Guidone di comando....VI) Bandiera d' imbarcazione.....VII)Fiamma delle navi da guerra.....VIII)Guidone di comandante militare di un convoglio.*********** La cooperazione militare con gli inglesi ebbe una sosta in seguito alla tregua tra Napoli e la Francia nel 1796; tuttavia, due anni dopo, la vittoria di Nelson ad Abukir entusiasmò Ferdinando IV che accolse trionfalmente l'ammiraglio britannico e riprese le osti­lità contro i francesi. Ma, sconfitto dallo Championnet l'esercito napolitano, il re s'imbarcò per Paler­mo sul vascello ammira­glio inglese Vanguard, scortato da una divisione borbonica, comandata dal Caracciolo, che nel '97 era stato promosso brigadiere (o commodoro). Lo stato d'incertezza ave­va indotto molti marinai a rimanere a Napoli: al Sannita, unità di bandiera del brigadiere, mancavano ben 264 uomini. Il 28 dicem­bre 1798, una settimana dopo la partenza del so­vrano, il vicario regio in­cendiò i 78 legnetti da guerra ch'erano nelle grot­te di Posillipo; e, fatto ancor più doloroso, una de­cina di giorni più tardi vennero dati alle fiamme, per ordine del commodo­ro inglese Campbell, tre vascelli, una fregata, una corvetta e bastimenti mi­nori, affinchè non cades­sero in mano ai francesi. Un altro vascello fu sa­botato a Castellamare per ostruirne il porto. « Ta­cito, mesto e costernato mirava il popolo... e l'un l'altro dimandava: Perché questa rovina? Non pote­vano i marinari napolitani e inglesi trasportare in Si­cilia que' legni? » scrive lo storico napoletano Pie­tro Colletta nella sua «Sto­ria del reame di Napoli dal 1734 al 1825 ». Passato in disarmo a Mes­sina il Sannita, Caracciolo chiese licenza di andare a Napoli per sue private fac­cende, e da Acton la ot­tenne l'11 febbraio 1799. Giunto però a Napoli, si lasciò convincere a milita­re nella Marina della re­pubblica partenopea. I motivi erano numerosi e seri: l'avere il re diserta­to la causa della patria, fuggendo con il tesoro pubblico, e per giunta l'a­vere egli preferito nave straniera a quella d'un pro­de e onorato suo suddito, qual egli era; la condotta altezzosa di Nelson verso i napoletani e la loro ma­rina; l'incendio della flot­ta napolitana; fors'anche la minaccia di morte se avesse rifiutato di servire la repubblica.
Vascelli inglesi della " Stazione del Mediterraneo" a Napoli dopo la ripresa delle relazioni diplomatiche interrotte dall' Inghilterra nel 1856.Sparano salve in onore di Francesco II salito al trono delle Due Sicilie nel maggio 1859, alla morte del padre Ferdinando II.********* Per contro, passando sotto la bandie­ra di essa, egli tradirebbe la fedeltà al sovrano. Nominato comandante della Marina, Caracciolo racimolò gli equpaggi per alcune cannoniere e con esse uscì più volte ad attaccare forze inglesi e regie. La repubblica ebbe breve vita, schiacciata dalle armi borboniccjhe,russe, britanniche. La capitolazione firmata, per conto del re, dal suo vicario cardinale Ruffo, avrebbe dovuto assicurare ai repubblicani vita, libertà, possibilità di emigrare; ma Nelson, giunto cinque giorni dopo, annullò d' imperio la convenzione e fece arrestare coloro che considerava ribelli. Tra essi Caracciolo, che fu condotto in catene sulla nave ammiraglia britannica. Per ordine di Nelson, una corte marziale si riunì subito. La presiedeva il Thurn, comandante della fregata Minerva contro la quale Caracciolo aveva aperto il fuoco: onde l' accusa d fellonia. La sentenza, a maggioranza , fu di condanna a morte ignominiosa. Caracciolo era stato tra gli ufficiali comandati tra il 1779 e il 1781 su navi britanniche e nel 1795 aveva combattuto insieme con Nelson presso capo Noli. Invano egli fece pregare l' ex compagno d' armi di concedergli morte da soldato. Nel pomeriggio del 29 giugno 1799 il duca Don Francesco Maria Caracciolo, di 47 anni, brigadiere nella mrina di S.M. il re delle Due Sicilie, venne impiccato a una varea del pennone di trinchetto della "Minerva" la nave che egli aveva comandato dodici anni prima. Di lui scrisse il Randaccio: " Questa fu la fine di Francesco Caracciolo, esperto marinaio,prode soldato, buon cittadino; fine che a lui procacciò fama maggiore di quella che avrebbe meritato per le opere sue." Della marina detta siciliana perchè aveva seguito il re in Sicilia, alcune navi parteciparono al blocco di Malta, in mano ai francesi, che si arresero nel 1800; e al blocco di Genova, dove si distinse la galeotta "Levriera" comandata da Raffaele de Cosa. Nella seconda fuga di Ferdinando IV a Palermo, il 23 gennaio 1806, la maggior parte della flota seguì il re imbarcatosi questa volta su un suo vascello. Durante i re­gni di Giuseppe Bonaparte e di Murat le navi borboniche e quelle inglesi combatterono contro le unità leggiere e sottili di Napoli, comandate e gui­date anzitutto da cinquantacinque ufficiali di senti­menti liberali, alcuni dei quali avevano servito la re­pubblica partenopea, salvandosi mediante l'esilio in Francia, come Giovanni Bausan, che compì impre­se assai ardue. Le frequenti azioni traeva­no origine dai tentativi di prendere isole e fortifica­zioni in mano all'altra par­te, come Gaeta, Ischia, Ca­pri, Precida e addirittura la Sicilia. Gli scontri erano cruenti, e maggior animo veniva mostrato dai napo­letani, più risoluti e mossi da ideali che probabilmen­te mancavano nei borbo­nici. Caduto Murat e pro­clamato nel 1815 il nuovo regno delle Due Sicilie con Ferdinando (che da quarto mutò il numero in primo), l'armata era ora composta anche dai murattisti, poiché la tregua d'armi tra le forze di Murat e quelle austro-borboniche imponeva che venis­se riconosciuto il grado agli ufficiali dell'ex regno di Napoli passati al servi­zio di Ferdinando. I tempi erano mutati, non più propizi alle vendette che il sovrano avrebbe de­siderato; idee di libertà, d'indipendenza e di unità nazionale circolavano, tan­to che le Ordinanze gene­rali della reale marina pre­parate con senno dal mi­nistro Diego Naselli ed emanate nel 1818 concilia­vano le antiche norme borboniche con quelle in­trodotte durante il domi­nio francese. Tuttavia non correva buon sangue tra « fedelini » e murattisti, anche perché questi ulti­mi avevano conseguito -grazie al loro valore in battaglia e alle rapide pro­mozioni murattiane - gra­di elevati, al punto da aver superato i « fedelini », ri­masti con il Borbone. D'al­tro lato, il sovrano premiò i suoi fidi con onorificen­ze e vantaggi ai fini della pensione.La flotta, formata anche dalle navi dell'ex Marina murattiana e tuttavia meno forte che nel 1798, comprendeva due vascelli, sei fregate, cinque corvette e quasi 200 legni minori. Una divisione al comando di Bausan fu inviata nel settembre 1820 con il cor­po di spedizione a doma­re l'insurrezione che, scop­piata a Napoli, si era este­sa in Sicilia. Per l'aspetto scientifico e tecnico la Marina napolitana era alla testa tra le marine italiane. Nel 1818 il Ferdinando I, costruito a Napoli, fu il primo piro­scafo che solcasse il Me­diterraneo, e per giunta in regolare servizio postale; nello stesso anno venne fondato l'Osservatorio astronomico-nautico presso l'Accademia di marina, e, nel 1819, fu inaugurata la Specola di marina per l'i­struzione degli ufficiali, militari e mercantili, nel­l'uso degli strumenti nau­tici. Più tardi, una com­missione di ufficiali sardi venne inviata a studiare i progressi della Marina del­le Due Sicilie. Intanto, nel 1824, era sceso in mare il Vesuvio, primo vascello borbonico da 84 cannoni e con carena foderata di rame, seguito da una serie di altre belle unità, sì che Napoli possedeva la più potente flotta d'Italia. Durante il breve regno di Francesco I, succeduto nel 1825 a Ferdinando I, una squadra borbonica fu man­data nel '28 contro il bey di Tripoli, il quale preten­deva un grosso aumento della regalia che le Due Sicilie gli davano ogni an­no per ottenerne l'immu­nità dagli attacchi di quei pirati. Poiché tre anni pri­ma una divisione sarda aveva ridotto il bey a più miti consigli, mediante un risoluto attacco a Tripoli, Francesco I confidava di poter ripetere la cosa, ma la squadra napolitana, co­mandata da Alfonso Sozj Carafa, non fu da tanto e rientrò a Messina dopo aver inutilmente cannoneg­giato Tripoli; onde il Sozj Carafa venne sottoposto a Consiglio di guerra, e il capitano di fregata Raffae­le de Cosa fu spedito con tre navi a incrociare a sud della Sicilia per intercettare i barbareschi. Riuscì in­fatti a catturare una golet­ta tripolina, e il bey si con­tentò di meno. Uno dei primi atti di Ferdinando II, re dal 1831, fu di clemenza verso gli uffi­ciali allontanati dal servi­zio dopo i moti del 1820-21. Appassionato anch'egli del mare, il nuovo sovrano accrebbe la flotta, che ve­niva formata non soltanto dalle costruzioni di Castellammare e di Napoli, bensì anche con acquisti all'este­ro: in Gran Bretagna com­però infatti tre « pacchetti a vapore » per il servizio mercantile tra Napoli e la Sicilia (1836), che poi, tra­sferiti all'armata, ne diven­nero le prime unità a propulsione meccanica. In so­li cinque anni entrarono in servizio 19 legni a va­pore, sei dei quali di co­struzione nazionale e tra essi le pirocorvette Èrcole, Archimede, Carlo III, San­nita: in fatto di navi a va­pore, l'armata era la terza in Europa. Non esisteva però alcun bacino di care­naggio e perciò i basti­menti, oltre a dipendere da porti esterni a quelli del regno, non potevano essere tutti in efficienza. Si aggiunga la costante scarsità di ufficiali. Nel 1840 fu ristabilito, per la sola marina, il servizio di leva obbligatorio, abolito nel 1821 dopo il ripristino del potere assoluto del Borbone, il quale preferiva equipaggi volontari, scelti a discrezione dei capi e più ligi al sovrano, mentre la coscrizione conferiva al militare la coscienza di un dovere verso la nazione piuttosto che verso il mo­narca. Ma Ferdinando II, almeno all'Inizio, volle mostrarsi aperto alle nuo­ve idee. Pochi anni prima v'era stato un avvenimento che precorse i tempi: l'o­perazione congiunta me­diante la quale, per gli accordi tra i due governi, una divisione delle Due Sicilie e una sarda si pre­sentarono in assetto di combattimento dinanzi a Tunisi, per chiedere soddisfazione di certi oltrag­gi fatti ai loro sovrani. Ba­stò la presenza della squa­dra (1833) perché il bey, intimorito, rendesse gli onori alle bandiere delle due marine d'Italia. Nel 1840 il re fondò nel­l'opificio di Pietrarsa una scuola di ingegneri mecca­nici per la condotta delle motrici dei piroscafi; e la fabbrica poi ampliò, di mo­do che vi furono costruite macchine a vapore, cate­ne, argani e altri attrezzi. Tre anni più tardi, ad ac­compagnare la sorella del re andata sposa all'impera­tore del Brasile fu colà in­viata una divisione com­posta dal vascello Vesuvio (gagliardetto di comando del capitano di vascello de Cosa) e dalle fregate Partenope, Amalia e Isabella, che rimasero assenti quasi sei mesi, spingendosi per la prima volta nell'emisfe­ro australe. È stato asseri­to che le navi delle Due Sicilie navigassero poco e che il sovrano fosse restìo a inviarle all'estero, per evitare contatti con popoli più liberi; ma occorre ri­cordare il successivo viag­gio delI' Amalia a Rio de Janeiro (1844), la campa­gna d'istruzione dell'Urania in tutto l'Atlantico, du­rata 19 mesi, per gli allie­vi del Collegio di marina (« Si parlò a Napoli, di questo viaggio, come di un viaggio al Polo »), e le crociere di altre unità ver­so porti olandesi, britanni­ci, francesi oltre che nel Mediterraneo. Quando, nel 1847-48, si ebbero i moti rivoluzionari e la guerra all'Austria, la flotta delle Due Sicilie era formata da 13 navi a vela e 22 a vapore, con 610 pezzi d'artiglieria, più il naviglio minore. In co­struzione: un vascello da 84 cannoni e una pirocor­vetta. Si badi che già da quasi un decennio l'arti­glieria di bordo compren­deva i cannoni-obici Paixhans da 80, arma novissi­ma e tremendamente mi­cidiale, da poco introdotta sulle navi di Francia, ove pure era stata ideata e dalla Gran Bretagna adottata soltanto nel 1851. A domare i moti di Palermo nel gennaio 1848 fu prontamente inviata una squadra di otto unità a vapore sulle quali erana stati imbarcati 5000 soldati, ma il loro generale fu inferiore al compito e gli inosrti costrinsero le truppe a reimbarcarsi. I regi vennero cacciati dall'intera isola, tranne la cittadella di Messina. Suo malgrado Ferdinando II lasciò partire da Napoli una squadra che cooperasse con i sardi nell'Alto Adriatico, per difendere Venezia insorta contro l'Austria. Il 27 aprile i napoletani festanti salutavano con grida di "Viva l 'Italia! " le navi in uscita dal porto, sulle quali sventolava la novissima bandiera orlata dei tre colori attorno allo stemma borbonico, quand'ecco una barca borghese accostò il "Roberto", unità con l' insegna del brigadiere de Cosa. Nella barca era il re in abito civile. Chiamato il de Cosa, gli consegnò una busta sigillata, con l' ordine di aprirla in alto mare, e lo congedò con l' ammonimentoI: "Ricordati che sei vecchio e tieni famiglia!" . Nel plico era l'ordine che la squadra, sbarcate le truppe a Pescara e e Giulianuova (cioè in territorio delle Due Sicilie) - rientrasse a Napoli. Giunto però a Pescara il brigadiere temporeggiò e proseguì per Ancona. Ingnorò un altro ordine del re di rientrare a Napoli e continuò per Venezia, adducendo la richiesta di aiuto che quel governo provvisorio gli aveva inviato. Il barone de Cosa nel frattempo promosso retroammiraglio, era animato da nobili sentimenti e dal desiderio di combattere per l'Italia, sostenuto in ciò dai ministri liberali, ma trattenuto dal re,che di persona gli scrisse di badar bene a non assalire e­gli austriaci. Il 16 maggio la squadra napoletana entrò a Venezia accolta con grandi onori e feste. Ad essa il 22 si unì la squadra sarda di Abini e, con le navi veneziane mossero tutte verso Trieste. In vista delle navi austriache il vento cadde, si che due pirocorvette napolitane presero a rimorchio due fregate, mentre le tre pirofregate si avvicinavano a tutto vapore al nemico e le altre cinque navi a vela restavano indietro sparpagliate. Le sette unità sarde e napolitane che erano a portata di tiro non ebbero animo di attaccare le undici navi austriache, tutte a vela( Albini diffidò dei napolitani?) e intanto annottò. I piroscafi del Lloyd rimorchiarono in porto, a Trieste le loro unità militari, che rimasero protette dalle batterie di terra. Nel frattempo a Napoli Ferdinando aveva revocato la costituzione e soffocato nel sangue il moto liberale. E vano essendo stato l' ordine di immediato rientro che il nuovo ministro aveva diretto al de Cosa, il re spedì il brigadiere Cavalcanti latore di ordini perentori. Con un piroscafo Cavalcanti giunse l' 11 giugno nel golfo d Trieste, dove le unità napolitane, sarde e venete erano in crociera per bloccare quel porto. Il dispaccio del sovrano ingiungeva al de Cosa di muovere subito per Reggio; se avesse esitato il Cavalcanti lo avrebbe surrogato nel comando( e ciò, insieme con i fatti accaduti a Napoli in maggio, il brigadiere divulgò in tutte le navi). De Cosa dovette chinare il capo, e la sua squadra parti tra i fischi degli equipaggi sardi e veneti. Giunto a Reggio, il vecchio ammiraglio trovò l' ordine di andare a domare la rivolta nella Sicilia insorta. Era troppo. Già il 27 maggio egli aveva scritto una lettera dignitosa e patriottica per essere autorizzato a difendere Venezia; ora domandò di venire esonerato dal servizio: « La mia acciaccata salute aveami fatto transigere per la sua guarigione perché adibito al servizio del mio paese e per la prosperità dell'Italia. Ora che sem­brami che tali ragioni sia­no cessate, dappoiché va a combattersi contro Italia­ni e all'abbattimento della libertà che S.M. il Re, nel­la sua clemenza, concede­va ai suoi popoli, mi vedo nella necessità, anche te­nuto riguardo alla illegali­tà degli atti, di domandare la mia esonerazione dal comando della squa­dra ». Bastava molto meno, in quei tempi di feroce rea­zione, per rimetterci la te­sta: onore va quindi reso all'ammiraglio Raffaele de Cosa che volle non guida­re le sue navi contro i si­ciliani. Collocato a riposo l'anziano soldato rifiutò quindi i reiterati inviti a Corte e « incontrandosi col re, torcea la via per non vederlo; morì nel 1856 maledicendo i Borboni. » Contro la Sicilia fu inviata una forte squadra agli or­dini di quel brigadiere Ca­valcanti ch'era persona fi­data di Ferdinando. Egli e il comandante dei 14.000 soldati iniziarono dalla cit­tadella di Messina, unico baluardo rimasto ai regi; e Messina stessa fu presa l'8 settembre. Poi via via Milazzo, Catania, altre città e infine Palermo, il 14 mag­gio 1849. Nell'ultimo decennio la Marina borbonica andò avanti stancamente, quasi presaga della prossima fi­ne. La quale, è chiaro -non avvenne improvvisa né inaspettata. Quando fu varato a Castellammare, il 5 giugno 1850, il Monar­ca, il tenente di vascello d'Amico sussurrò all'orecchio di altro ufficiale: « Chi sa poi quale bandie­ra isserà questa nave? ». È un episodio sintomatico, al pari dell'esplosione di una polveriera (17 dicem­bre 1856), che provocò molte vittime, e dell'incen­dio della pirocorvetta Car­lo III, che saltò in aria a Napoli il 4 gennaio 1857, con la morte di 39 tra uf­ficiali e marinai, fatti che corse voce fossero di na­tura dolosa.Proseguivano intanto le costruzioni nuove, cui s'e­rano aggiunti taluni legni a vapore acquistati nel 1848 in Gran Bretagna dal governo rivoluzionario si­ciliano; e finalmente nel 1852 Napoli era stata dota­ta di un bacino di raddob­bo. L'ultimo varo di nave borbonica si svolse il 18 gennaio 1860 a Castellammare, alla presenza del nuovo re Francesco II, suc­ceduto da sette mesi al padre.
La fregata Regina varata nel 1840, servi nella Marina borbonica fino al 1861.********* Per ironia della sor­te il nome della nave era Borbone. Nell'estate di quell'anno, mentre i Mille combatte­vano per la liberazione delle Due Sicilie, l'armata del regno comprendeva: 2 vascelli, 5 fregate a vela, (2 a vapore, in costruzione o allestimento), 2 corvette a vela e 11 a vapore, 5 brigantini, 10 avvisi a va­pore, 82 legni minori, tra i quali 2 rimorchiatori. Gli ultimi avvenimenti del­la Marina borbonica risen­tono dell'indole dei diffe­renti ufficiali e marinai, del loro modo di sentire, spesso in netto contrasto. Così, da un lato troviamo obbedienza al sovrano per tener fede al giuramento militare, se non addirittu­ra per ferma convinzione di lealtà verso di lui. È il caso - oltre che del co­mandante della Partenope - specialmente dei mari­nai, devoti ai Borboni, co­me mostrano l'episodio dell'ammutinamento del­l'equipaggio a bordo del­la Fulminante (14 luglio 1860), a Napoli, per prote­sta contro gli ufficiali che non volevano uscir in ma­re a combattere; e quello dei marinai del Fieramosca, che rinchiusero nei camerini comandante e ufficiali, perché temporeg­giavano al fine di non compromettersi (tuttavia, quando il Fieramosca giun­se a Napoli, gli ufficiali vennero liberati, e i mari­nai, sbarcati e imprigiona­ti in Castel S. Elmo). Dal­l'altro lato, l'animo rivol­to a un'Italia unita sotto Vittorio Emanuele, attenendosi tuttavia alla paro­la data (quindi, per essere liberi, numerosi ufficiali si dimisero dal servizio) o passando invece con im­peto alla bandiera sarda, come il capitano di fregata Amilcare Anguissola, che, invece di rientrare a Mes­sina, il 10 luglio condusse la pirocorvetta Veloce a Palermo, unendosi alla squadra di Persano in Sici­lia (l'ammiraglio sardo in­dusse però l'Anguissola a offrire la sua nave a Gari­baldi, per evitare compli­cazioni diplomatiche). Nel­la zona intermedia coloro che stavano a guardare co­me si sarebbero messe le cose. Ed erano i più. Di certo, la confusione era grande. È stato detto che lo sbarco dei Mille a Marsala non fu impedito dalle navi borboniche, co­me invece era logico at­tendersi, dato che il gover­no di Napoli riceveva noti­zie precise sulla spedizio­ne di Garibaldi. In realtà tre unità napolitane accor­sero verso Marsala appena quel semaforo ebbe segna­lato l'avvicinarsi di due va­pori sospetti (difatti erano il Piemonte e il Lombardo) e, per navigare più celermente, la pirocorvetta Stromboli mollò il cavo con cui rimorchiava la fre­gata a vela Partenope e ar­rivò presso la città mentre i garibaldini stavano sbar­cando. Ma, sollecitato dal comandante dell'Intrepid inglese presente in porto, il capitano di fregata Gu­glielmo Acton non aperse il fuoco, per evitar di col­pire certi edifici con la bandiera britannica, ove si raccoglievano i Mille. Alla fine lo Stromboli tirò qualche granata contro il Piemonte e sui garibaldini. Ma era troppo tardi. Non sembra quindi strano se Francesco II stupisse sia per il modo con cui era « accaduto lo scandaloso avvenimento » sia per la conclusione alla quale ar­rivò il Consiglio di guerra cui i tre comandanti erano stati sottoposti: assoluzio­ne, per avere essi « adem­piuto con zelo ed energia il proprio dovere ». II diverso contegno degli ufficiali si manifestò anche a Palermo, dal 27 al 29 maggio, dopo l'ingresso dei garibaldini: da parte delle navi borboniche in rada fu effettuato un in­tenso cannoneggiamento della città, ma mentre la Partenope (comandante Cossovich) battè soltanto le barricate degli insorti, l'Ercole (comandante Flores) fece fuoco sul centro della città, spazzando via Toledo e causando danni e vittime. Quanto al Fieramosca, il suo comandante Vacca bombardò la città, ma il dì seguente andò a bordo di un'unità sarda per espri­mere il suo rammarico. Questo capitano di vascello Vacca e il capitano di fregata Acton furono coinvolti - ma quanto dif­ferenti le loro condotte! -nell'azione che sardi e ga­ribaldini effettuarono la notte sul 13 agosto per catturare il vascello Mo­narca in lavori a Castellammare. Il suo comandante, Giovanni Vacca, s'era ac­cordato in segreto con l'ammiraglio Persano, cui aveva fornito precise noti­zie sul punto d'ormeggio eccetera del Monarca, no­tizie dal Persano trasmes­se al Piola-Caselli che con il Tukery avrebbe condot­to l'operazione. Il mattino del 13, Vacca ordinò di to­gliere le catene di ferro, sicché per l'ormeggio re­stassero soltanto i cavi. A ogni buon conto egli non informò nessuno della sua nave, e prudentemente si allontanò da bordo. Di notte, il Tukery entrò in porto a fanali spenti e parecchi suoi uomini erano già passati a bordo del Monarca quando fu dato l'allarme. Guglielmo Acton , comandante in 2° del vascello, reagì con prontezza, guidando la sua gente a respingere gli aggressori. Il Tukery fu costretto a ritirararsi. Molti morti, Acton resto ferito. Quando Francesco II lasciò Napoli per Gaeta, fu seguito dalla sola Partenope. Sulle altre unità tutti si rifiutarono, perché era stata diffusa la voce che andando col re, le navi sarebbero poi state consegnate all'Austria. Piuttosto duro è il giudizio prevalente degli storici sulla Marina borbonica. Gli ufficiali erano professionalmente capaci, buoni gli equipaggi; navi e tecnica ben progredite. Mancavano tuttavia tradizione guerresca e sopratutto una tradizione morale, sia per i frequenti rivolgimenti politici- in poco più di mezzo secolo: cinque mutamenti istituzionali, due fughe del re, giurate e spergiurate due volte le costituzioni, parecchi moti rivoluzionari e tentativi di autonomia - sia per avere il sovrano mostrato sfiducia nell'armata, facendola conscia della propria inutilità. Quanto al suo "squagliamento" d' altronde simultaneo nella dissoluzione di tutto, è stato osservato che ciò dipese da un certo senso di leggerezza o irriquietezza proprio della Marina napoletana, e anche della tradizione. Molti che avevano giurato fede ai Borboni credevano di non venir meno alla parola, passando nelle file dei nemici loro: " Francesco Caracciolo aveva fatto altrettanto nel 1799". Giova però aggiungere che quegli ufficiali delle Due Sicilie che più lealmente si comportarono verso il loro re, furono poi tra i migliori della Marina italiana sorta nel 1861.
STORIA ITALIANA
Tratto da Storia Illustrata anno 1973, del mese di 186, numero maggio. Autore: aldo fraccaroli