369-LE GRANDI BATTAGLIE NELL’ ANTICHITA’ :I CAMPI MAGNI( L.6° / V. XII )
Publio Cornelio Scipione, rivale e allievo di Annibale, sconfigge le armate puniche mettendo a profitto la duttilità delle sue legioni. Un ’ esercito di leva contro i contingenti multinazionali di Cartagine, composti da italici, nordafricani, iberi e celti.
Particolare di un rilievo proveniente dal tempio della Fortuna Primigenia a Preneste, con nave da guerra romana, di un tipo forse già in uso durante le guerre puniche; vi sono raffigurati alcuni soldati con le loro armature. II-I sec. a. C. Roma Musei Vaticani.******** Dopo aver rinnovato l ’ insufficiente meccanismo militare della Repubblica ed aver modificato persino il proprio arcaico concetto della guerra, i Romani recepiscono, infine, anche l ’ efficacia della manovra avvolgente. Meditando attentamente sia le generali vicende della guerra, sia le proprie personali esperienze, Publio Cornelio Scipione, il futuro Africano, riuscì a penetrare i segreti dell ’ avversario cartaginese; sicché si può ben dire che di Annibale egli fu, ad un tempo, il rivale più degno, e l ’ allievo più valente. Dopo le prime vittorie in Spagna ( Baecula, Ilipa), Scipione perfezionò il suo modulo tattico in Africa; non a Zama, tuttavia, dove la sua pur straordinaria abilità venne offuscata dal genio di Annibale, superiore a lui malgrado la sconfitta, ma nella battaglia dei Campi Magni. Nella primavera del 203 Siface e Asdrubale Gisgonio, che avevano allora il comando delle forze puniche, raccolsero un ’ esercito di 20.000 uomini circa, il cui nerbo era composto di mercenari celti iberici: Con le loro truppe essi posero le tende ai Campi Magni- una piana a cinque giorni da Utica -, che Scipione stava assediando- e si diedero ad ulteriori arruolamenti. Per impedire loro di rafforzarsi Publio mosse dalla costa con una parte delle sue forze- 12 o 15.000 uomini- lasciando il resto a bloccare la città: Fiduciosi nella loro superiorità numerica e nella migliore conoscenza del terreno, Siface ed Asdrubale offrirono allora battaglia al romano. Scipione dispose al centro i legionari, articolati come al solito su tre linee; all ’ alla destra schierò la cavalleria italica, comandata dal suo luogotenente Lelio; alla sinistra i cavalieri numidici che il principe Masinissa, alleato di Roma, aveva portato con se.
Cartina dello schieramento nella battaglia dei Campi Magni, in Africa dove Scipione riuscì a sconfiggere le forze di Asdrubale Gisgonio e di Siface. 203 a.C.*********** I Cartaginesi opposero i Celtiberi e la fanteria nazionale ai legionari, la cavalleria punica di Asdrubale ai numidi di Masinissa, i numidi di Siface ai cavalieri italici. Male addestrati e meno saldi moralmente i Punici furono travolti su entrambe le ali e fuggirono, lasciando scoperti i fianchi della fanteria italica. I Celtiberi, al contrario, che non conoscevano la regione e avevano ben poche speranze di salvarsi si fossero caduti prigionieri, tennero fermo, battendosi con ostinato valore contro i legionari. Fu a questo punto che Scipione attuò la sua rivoluzionaria manovra. Mentre gli hastati impegnavano il nemico, i principes e i triari, coperti dalla prima linea, mossero in colonna gli uni verso destra, gli altri verso sinistra, allungando il fronte ed avvolgendo le fanterie puniche sui fianchi rimasti scoperti. Completamente accerchiate, queste vennero distrutte. Scipione, che fino ad allora si era sforzato - sia pur con crescente successo - soltanto di imitare le tattiche di Annibale, aveva compreso che quello di cui disponeva era uno strumento in potenza molto più efficiente di qualsiasi armata del tempo: forza nazionale, di leva. essa era più omogenea e duttile di ogni altra. L 'articolazione interna in manipoli era infatti impossibile per le truppe mercenarie del nemico, condizionate dalla consistenza variabile dei contingenti etnici che ne facevano parte- Mauri e Baleari, Libi ed Iberi, Numidi e Cartaginesi, Sanniti e Liguri- i quali non potevano essere mescolati perché armati, equipaggiati ed avvezzi a combattere secondo le caratteristiche nazionali: Le componenti delle legioni dovevano tuttavia operare non solo a livello di unità tattiche, ma anche a livello di coorti e persino di scaglioni. Una modifica in tal senso poteva consentire innovazioni importanti: Così nella nuova concezione di Scipione, principes e triari non costituivano più un ’ appendice della prima linea romana, non sono più destinati a rafforzarla, avanzando singolarmente i manipoli, o a rilevarla nell ’ urto frontale; ma sono organizzate come unità tattiche indipendenti, capaci di agire con tutte le loro forze insieme.
BATTAGLIA DEI CAMPI MAGNI.******** Rispetto alla manovra annibalica il progresso è evidente: La tattica scipionica ha il vantaggio di una maggior semplicità di esecuzione; per di più, mentre al Punico era necessario l ’ apporto della cavalleria per completare l ’ accerchiamento del nemico, l ’ intuizione di Publio conferiva alle legioni la capacità di eseguire la manovra per intero anche da sole. Questa tattica poteva rivelarsi ideale contro la falange, che veniva ora destinata alla forma più elementare di cozzo frontale. Anche Polibio è chiaramente conscio di ciò. Tra la fine del III secolo e la metà del II, nel mondo greco, fioriscono in gran numero estimatori e i nostalgici della falange, convinti, malgrado le ripetute sconfitte, che tale strumento possa da solo sfidare con successo anche legioni. Questa tesi deve aver trovato vasti consensi nella pubblicistica del tempo ed esser stata abbracciata dai sempre più numerosi anti romani, desiderosi di riscatto. Polibio entra nel dibattito tra gli ultimi; ma la sua posizione è ben diversa da quella degli altri. Se infatti, almeno su un terreno uniforme, la falange pare in grado di travolgere qualsiasi ostacolo, tale sensazione è del tutto illusoria contro la legione manipolare, la quale - com'egli ricorda - può impegnare il fronte avversario con uno solo dei suoi scaglioni, mentre gli altri restano liberi di colpire il nemico sui fianchi e alle spalle. E’ probabile che in questo passo Polibio pensi precisamente alla battaglia dei Campi Magni. Lo scenario proposto è di per sé evidente. Al nemico che avanza a passo cadenzato per mantenere la compattezza dei ranghi i manipoli del primo scaglione, agilissimi e capaci di manovre autonome, opporranno naturalmente una resistenza elastica, ripiegando senza perdere contatto; a rallentare l 'avanzata dei falangiti fino ad impedir loro lo sfondamento del fronte romano basteranno, se necessario, le salve dei pesanti pila legionari, armi ben più micidiali di quelle in uso nel mondo greco. Questa manovra darà il tempo al secondo e al terzo scaglione di aprirsi sui lati indifesi della falange, stringendola in una morsa mortale. Dopo averne smembrato la formazione, i legionari avranno facilmente la meglio in una serie di duelli cui i falangiti non sono assolutamente avvezzi. Con il suo asserto Polibio intende mettere in guardia i compatrioti contro pericolose illusioni, forse anche rammentare l 'importanza della cavalleria, componente da lui considerata essenziale. Quand 'anche non sia possibile tornare all 'originale concezione tattica elaborata da Alessandro, per poter affrontare le legioni la falange dovrà, comunque, essere adeguatamente protetta sui fianchi.
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Tratto da Storia Illustrata anno 0, del mese di xx, numero 00. Autore: xx