Il linciaggio del ministro Prina.
Oculato amministratore, Giuseppe Prina aveva fatto delle finanze di Milano le più prospere d ’ Europa, ma si era attirato l ’ odio del popolo per le alte tasse e l ’ implacabilità degli esattori. Nel confuso quadro politico del crollo napoleonico pagò con una morte atroce il suo rigido senso del dovere.
Il ministro Prina trascinato per le strade di Milano da una folla di popolani esasperati che lo percuotono a colpi di ombrello.**********
20 aprile 1814, l 'una del pomeriggio. A Fontainebleau, nel cortile del Cavallo, che da oggi si chiamerà per sempre « degli
Addii », Napoleone I prende congedo dalla Vecchia Guardia. La scena è stata riprodotta cento volte, nei quadri ufficiali, come nelle stampe d 'Epinal. Piangono i grognards, l 'imperatore bacia la bandiera, prima di salire in carrozza e avviarsi all 'esilio dell 'Elba, un viaggio che si trasformerà in fuga quando, nella Francia Meridionale, l 'ostilità della popolazione costringerà l 'imperatore a indossare un 'uniforme austriaca e ad allontanarsi a cavallo. Cosa succede, lo stesso giorno e alla stessa ora, nell'altra capitale napoleonica, quella del Regno Italico, Milano ? La folla si va accalcando davanti al palazzo del Senato, a specchio del Naviglio, accanto al ponte di S. Andrea. Piove, e la pioggia consente d 'individuare con un 'occhiata la classe sociale delle persone in sosta davanti al portone aperto: ombrelli di seta dei nobili e dei cittadini dell 'alta borghesia, ombrelli di cotone degli artigiani e del popolo minuto. Addirittura senza ombrelli, protetti solo da berretti o cappellacci a cencio, gente di fuori città, arrivati in mattinata, campagnoli della Brianza o della Bassa, e, mescolati con loro, ceffi di ribaldi, usciti da chissà dove. Altri, più numerosi, sostano, come truppe di riserva, svoltato l 'angolo, invia Marina e ai Boschetti. Si discute di politica sotto gli ombrelli di seta, s 'inveisce e si protesta sotto quelli di cotone, gli altri, quelli indifesi dalla pioggia, brontolano, bestemmiano, a tratti minacciano con grida roche. Di politica non s 'è fatto che parlare a Milano, in quelle settimane e in tutti i mesi precedenti, dall 'autunno del 1813 all 'inverno del 1814.
Eugenio Beauharnais.********
Francesco Melzi D' Eril.********
Domenico Pino.*******
Le cose vanno male per l 'imperatore, che a Milano regna attraverso il viceré e figliastro Eugenio di Beauharnais. Dopo la ritirata disastrosa dalla Russia, che ha messo nel lutto ogni famiglia del Regno Italico - di ventisette mila soldati italiani partiti con la Grande Armata ne sono tornati appena un migliaio - dopo la disfatta di Lipsia, dopo gli illusori successi della campagna di Francia, l'Impero sta ormai agonizzando e il brivido mortale si trasmette alla sua creatura, il Regno d 'Italia, rimasta innaturalmente legata da un cordone ombelicale alla matrice francese. Il viceré, mite, giovane, bello, non è mai stato popolare, per quel suo continuo riaffermarsi francese, per quella sua fedeltà cieca all 'imperatore patrigno, che gli ha sempre fatto anteporre a qualunque interesse italiano il superiore interesse francese. « Anche se Milano bruciasse », è solito dire, « non potrei far nulla senza un ordine da Parigi ».Per quasi vent 'anni, ha sostenuto i Lombardi la speranza, l 'illusione dell 'indipendenza, dai giorni travagliati della Repubblica Cisalpina, fino alla Repubblica Italica, nata nel 1802 ai Comizi di Lione, quando i delegati italiani si sono visti imporre come presidente, nonostante il replicato voto contrario, il Primo Console Napoleone Bonaparte. Delusione tuttavia mitigata dalla nomina a vice presidente del più eminente tra gli uomini politici lombardi, Francesco Melzi d 'Eril, che dell 'indipendenza dell 'Italia Settentrionale era sempre stato assertore, fin dai tempi della Cisalpina, anche se non lo si poteva certo dire repubblicano. Esponente tipico dell 'aristocrazia lombarda illuminata, la classe dei Beccaria, dei Verri, del marchese di Brenne, vagheggiava da sempre per la sua terra, arricchita del Veneto e delle provincie emiliane, la costituzione di una monarchia che ne facesse uno strumento essenziale dell 'equilibrio europeo, posta com 'era a mezza via tra Austria e Francia. Ne l 'ascesa di Napoleone al trono imperiale, e la conseguente trasformazione in Regno d 'Italia della Repubblica Italica, gli parvero realizzare il suo programma di una monarchia indipendente, giacché, se un re c'era, l'indipendenza mancava totalmente. Infatti il viceré che reggeva quel regno si comportava di fatto come un governatore di colonia, onesto, decorativo, e anche abbastanza abile, ma ligio, come abbiamo già detto, fino alla cecità, alla volontà del monarca che l 'aveva fatto salire fin sul gradino più alto, ma non sedere sul trono, che restava simbolicamente vuoto. Di tipo coloniale, ma di assai più bassa qualità, i funzionari francesi che lo attorniavano, primo fra essi il Méjan, segretario generale. Tuttavia il Melzi aveva accettato la carica di gran cancelliere del Regno, anche senza esercitare un 'autorità effettiva, così come acconsentiva di aggiungere ai suoi titoli di antichissima nobiltà quello, coniato per lui dalla zecca napoleonica, di Duca di Lodi, in memoria della vittoria del 1796 con cui Bonaparte aveva scacciato gli Austriaci dalla Lombardia. Ora, dopo i rovesci e l 'imminente crollo dell 'Impero, Melzi aveva preso a guardare Eugenio di Beauharnais con un occhio nuovo, pensando di ravvisare in lui, liberato dalla sudditanza francese, il monarca italiano indipendente capace di attuare il suo programma. L'azione diretta gli era tuttavia vietata dal pessimo stato della salute che lo teneva inchiodato a casa. Eugenio, tornato dalla Russia, senza aver partecipato alla campagna del 1813, era con l 'esercito a Mantova, a fronteggiare da un lato gli Austriaci, dall 'altro le truppe di Murat che, abbandonato ormai nella disgrazia il cognato che lo aveva collocato sul trono di Napoli, faceva causa comune con gli Austriaci, nella speranza di diventare re, se non di tutta l 'Italia, almeno dello stivale, dal Po allo stretto di Messina. Aveva Eugenio i titoli per rispondere alle aspirazioni del Melzi? A parte la sua stretta obbedienza francese e un chiaro disprezzo per gli Italiani, ostentato anche durante la campagna di Russia, aveva dimostrato qualche buona qualità di governante. Se non aveva saputo scegliere da sé collaboratori validi, pure aveva mostrato di sapersi servire di quelli scelti per lui da Napoleone, lasciandoli lavorare liberamente. A questo criterio si doveva se le finanze del Regno Italico erano le più fiorenti di tutto il sistema imperiale napoleonico.« Voi avete le finanze più prospere del mondo », aveva scritto Napoleone al figliastro, ed era in parte un elogio rivolto a se stesso, giacché fin dai giorni dei Comizi di Lione era stato lui a scegliere l 'uomo a cui affidare le finanze, allora assai traballanti, della neonata Repubblica d 'Italia.
Giuseppe Prina al tempo degli studi presso i Barnabiti. A Milano il ministro Prina era chiamato «lo straniero» perché era nativo di Novara.*******
L'uomo non era un lombardo, ma un piemontese, nato a Novara nel 1766, Giuseppe Prina, che aveva imparato a reggere la finanza pubblica come funzionario in uno Stato, reazionario e retrivo in politica, ma assai bene amministrato, come era il Piemonte dei Savoia. Primo requisito di una finanza pubblica bene amministrata è, ovviamente,
un sistema fiscale che funzioni a dovere, e in questo il Prina era stato assai abile ed efficiente, con la conseguenza che, se da un lato Napoleone era un appassionato ammiratore dei suoi rendiconti finanziari annuali, agli occhi dei cittadini, e in particolare dei Lombardi, Prina era l 'uomo più odiato in tutto il regno. Si lamentavano del peso delle tasse e delle persecuzioni degli esattori, avvezzi com 'erano stati all 'amministrazione bonaria e approssimativa dei governanti austriaci. Di quel fiume d 'oro che versavano agli esattori e che, agli occhi dei contribuenti, prendeva nella massima parte la strada di Parigi, quanto andava ad impinguare le tasche del Prina, lo « straniero » - nato a ben quaranta chilometri da Milano - il pubblicano che si arricchiva a spese del popolo e accumulava tesori nel suo palazzo di Piazza San Fedele? Eugenio di Beauharnais era diventato impopolare fra le truppe a causa della frase sprezzate con cui in Polonia, nella prima fase della campagna di Russia, aveva insolentito le truppe affamate della divisione italiana comandata da Domenico Pino, che si vedevano posposte ai francesi nella distribuzione di viveri: « Se non siete contenti tornate pure in Italia che a me non importa nulla né di essa, né di voi, e tenete bene in mente che io non temo le vostre spade, più di quel che tema i vostri pugnali». Dei soldati insultati da questa frase, che Stendhal definì la più grande sciocchezza che si possa immaginare, ben pochi erano tornati a casa a riferire le parole sprezzanti del viceré, ma anche queste avevano contribuito a un ’ impopolarità che era soprattutto dovuta alla pretesa esosità e avidità personale del Prina. Pure, in quel pericoloso scricchiolare dell ’ edificio napoleonico, non mancarono , oltre ai Melzi, coloro che in Eugenio vedevano una speranza di libertà: c ’ erano alti ingegni come Ugo Foscolo, dominato dallo stesso appassionato fervore nella sua duplice personalità di poeta e di ufficiale dell ’ esercito italico, che pur essendo stato in passato in conflitto con il viceré lo avrebbe accettato come minor male, sperando che da Napoleone avesse appreso l ’ arte di governare i popoli e sapesse, nella crisi attuale, assicurare l ’ indipendenza del regno. C ’ erano altri valorosi ufficiali, come il generale Teodoro Lechi e, fino a un certo momento, e con gravi riserve mentale, anche il generale più illustre e più elevato in grado, Domenico Pino, che andava guardandosi intorno per cercare il regime più adatto per secondare in avvenire la sua ambizione, che era senza limiti. Per poter attendere gli avvenimenti e manovrare in conseguenza, si era fatto mettere in congedo per motivi di salute. C ’ erano, almeno da principio, i massoni nobili e borghesi, già potentemente sostenuti da Eugenio Gran Maestro del loro ordine,ma che ora andavano dibattendosi tra le manovre e le lusinghe di altre società segrete, Gli Adelfi ,la Guelfia, ma soprattutto delle sette di origine napoletana, strumento delle ambizioni di Murat, fra cui si distingueva quella novissima dei Carbonari. Ma la fonte maggiore e più schietta di popolarità, in tutte le classi sociali, anche a prescindere dalla tendenza politica, era per Eugenio la consorte, Augusta Amalia, principessa di Baviera, che tutti i cittadini, e specie i milanesi avevano preso ad amare per la bellezza, la semplice bontà la cordialità generosa, il profondo affetto per il marito. Assai più di Eugenio, aveva saputo farsi ben volere, e persino i più accaniti anti francesi, che consideravano i funzionari napoleonici, dal Prina al Méjan, avvoltoi da ricacciare oltre le Alpi, s ’ intenerivano al pensiero della viceregina che si accingeva, per la terza volta, a diventare madre. Anzi proprio da quella imminente maternità in tempi cosi burrascosi, era finito per sorgere un molteplice conflitto. Per la prima volta Eugenio aveva disobbedito a Napoleone che gli aveva ordinato d ’ inviare la moglie a sgravarsi in Francia, quasi a garantire a quel modo che il figliastro non si sentisse tentato d ’ imitare la defezione di Murat. Per la ragione opposta, i milanesi temevano che la nascita avvenisse anche questa volta a Milano. Eugenio troncò il contrasto facendo venire accanto a sé, a Mantova, la moglie e le due bambine, per assicurare alla partoriente la difesa dell ’ esercito riunito intorno alla fortezza lombarda. Dalla poltrona in cui la gotta lo tiene inchiodato, Francesco Melzi scrive l ’ 11 aprile a Eugenio per incitarlo a superare ogni residuo postumo di sudditanza a Napoleone e a cingere la corona di un 'Italia indipendente, resa legale dal voto che si proponeva di chiedere ai Collegi Elettorali, ai Comuni e al Senato, massimo organo legislativo del regno. Contro il partito, nonostante tutto piuttosto esiguo come forze politiche e organizzate, degli « eugeniani », vari e di diversa, potenza erano gli altri raggruppamenti politici: c 'erano quelli, proclamatisi « italici puri », ambiziosi delusi, che pur di fare della Lombardia un regno indipendente dagli stranieri, erano pronti ad accettare come sovrano l 'arciduca Francesco d 'Austria- E s t e, considerato compatriota, perché nato a Milano da una principessa estense. Primeggiavano in questo partito nobili milanesi come Luigi Porro Lambertenghi e Federico Confalonieri. Il futuro martire dello Spielberg non poteva certo immaginare che quel principe « milanese » sarebbe divenuto, di lì a pochi anni, salito al trono ducale di Modena, il subdolo e feroce impiccatore di Ciro Menotti. Vi sono poi, divisi in varie gradazioni, coloro che sono favorevoli a un ritorno dell 'Austria, o sotto forma di diretto dominio della corona, oppure di regno autonomo nel quadro dell 'impero austriaco. Giova a questo punto ricordare che l 'Austria vagheggiata dai suoi fautori milanesi era quella settecentesca, che ricordavano con nostalgia, l 'Austria illuminata e paternalistica di Maria Teresa e di Giuseppe II, che aveva visto svilupparsi la floridezza economica lombarda, affermarsi il suo primato culturale in Italia, non già l 'Austria reazionaria di Metternich, che muoveva allora i primi passi, e tanto meno quella repressiva e soldatesca di Radetzky, che conosceranno le future generazioni. Favorevoli con tiepidezza agli Austriaci erano municipalisti come il senatore Diego Guicciardi, che pensava soprattutto a difendere la sua Valtellina da pretese annessionistiche svizzere, mentre vi erano austriacanti accesissimi, in senso assoluto, tanto nell 'aristocrazia che nella borghesia. Propagandisti dell 'Austria agivano a Milano, come il marchese Ghislieri che, avendo rinunziato a malincuore da giovane a farsi frate, ora indossava la tonaca per svolgere la sua attività segreta, o più scopertamente l 'avvocato Traversa, modesto proprietario e ambizioso affarista della Lomellina, deluso perla mancata nomina a senatore, che andava riunendo partigiani filo austriaci nelle campagne e in città. Nel salotto di Bianca Milesi, egli strinse alleanza con un tal Conte Gambarana, che fin dalla insurrezione anti bonapartista di Pavia, nel 1796, era uno specialista nell 'organizzare tra i contadini bande armate contro i Francesi. A Mantova, Eugenio era più indeciso che mai, preoccupato soprattutto della pericolosa situazione in cui si trovavano le sue forze, strette fra gli Austriaci e i Napoletani di Murat. Fu questa preoccupazione a indurlo a firmare, nel castello di Schiarino Rizzino, un armistizio con il comandante austriaco, il maresciallo savoiardo de Bellegarde: si impegnavano gli Austriaci, cessate le ostilità, a lasciare rientrare in Francia i reparti francesi dell 'esercito italico, mentre Eugenio consentiva agli Austriaci di occupare fortezze nel Veneto e di attraversare il suo regno, evitando Milano, per dirigersi verso la Francia. Veniva inoltre concesso al Regno Italico d 'inviare una sua deputazione al Quartiere Generale degli Alleati, ormai entrati a Parigi, per trattarne, o meglio per conoscerne, la sorte. Nel firmare l 'armistizio, Eugenio sente di aver spezzato gli ultimi vincoli con la Francia napoleonica e compiuto il primo passo per accogliere l 'invito del Melzi a cingere la corona. Gli stessi Austriaci non sembrano opporsi: saprà Eugenio superare l 'ostilità che avverte nei milanesi, esasperati dalle tasse, dalla coscrizione, dal bagno di sangue delle guerre lontane? La prima pedina da muovere è l'invio della deputazione a Parigi e alla sua nomina dovrà provvedere il Senato, che Melzi, la sera del 16 aprile, convoca in seduta segreta per l 'indomani. Nonostante la convocazione tardiva, i senatori presenti sono più numerosi del solito. Seduta burrascosa, interrotta per una verifica della legalità del decreto di convocazione, poi ripresa fra i tumulti. Dal discorso iniziale del presidente Veneri e da quelli dei ministri dell 'Interno, Vaccari, e delle Finanze, Prina, apparirà chiaro che alla deputazione s 'intendeva dare mandato di sostenere l 'elevazione di Eugenio al trono d 'Italia. Violenta quindi la reazione degli oppositori, guidati da Guicciardi, che dopo molte ore di seduta riusciranno ad avere la meglio, risultando la deputazione composta da due accaniti « antieugeniani »,cioè lo stesso Guicciardi e il Castiglioni, e da un tiepido, Carlo Testi, che si schermì dalla nomina con pretesti di salute: era chiaro che mai una deputazione simile avrebbe caldeggiato a Parigi la causa di Eugenio. Pure, nonostante la composizione antieugeniana della deputazione, la sola notizia della seduta segreta suscitò un allarme enorme tra gli oppositori. Scritte contro Eugenio e contro Prina (« Prina, Prina, il tuo giorno si avvicina »)apparvero sui muri, gli stemmi vicereali vennero lordati e presi a sassate, s 'intensificarono gli incontri fra i gruppi di oppositori, nei salotti, nelle sedi segrete delle sette, nei palchi della Scala, tanto più frettolosi, perché una nuova seduta del Senato, ordinaria e pubblica, era annunziata per il giorno 20. Venne stesa una petizione per chiedere al Senato di richiamare la deputazione e convocare i Collegi elettorali, allo scopo di evitare che attraverso un fatto compiuto, avallato dagli Alleati, si portasse sul trono Eugenio senza consultare l 'opinione pubblica. È assai curioso leggere le firme di quella petizione, esposta nel palazzo municipale: accanto a quelle degli oppositori di ogni corrente e a quelli di oscuri cittadini, figura il nome del generale Pino, che si è deciso ad abbandonare la causa di Eugenio; figurano insieme, con gli austricanti, quelli che nel 1821 saranno i protagonisti dei moti anti austriaci, gli « italici puri », Porro, Lambertenghi, Confalonieri, figura il poeta Carlo Porta, che così spesso aveva bollato i soprusi dei soldati francesi e l ’ architetto Cagnola. Vi si legge anche la firma di « Manzoni Alessandro », possidente. Al portone del Palazzo del Senato, quel primo pomeriggio del 20 aprile, ombrelli di seta e ombrelli di cotone si scostavano appena per lasciar scendere di carrozza i senatori, avvolti nelle toghe solenni e infiocchettate d ’ oro della loro dignità. Fra i commenti e i brontolii della gente in attesa, fischi si levavano quando arrivavano i senatori considerati favorevoli al viceré, applausi per gli avversari. In gran fretta Federico Confalonieri porta una copia della petizione, incompleta nelle firme, per l ’ urgenza di consegnarla all ’ apertura della seduta perché il Presidente Venèri possa comunicarla ai senatori. Preoccupazione profonda destano i nomi dei firmatari per il loro diverso indirizzo politico, per la varietà di condizione sociale, per la notorietà di molti di essi: sembra che contro Eugenio si sia raccolta l ’ unanimità dei Lombardi. Le grida che ormai si levano dalla strada fino all ’ aula aumentano i timori dei senatori, tanto che uno dei più autorevoli, Carlo Verri, fratello minore dei più celebri Alessandro e Pietro, si affretta al portone per arringare la folla che ormai si è fatta densa e minacciosa, accresciuta dai rincalzi che gli organizzatori del moto- Traversa, Ghisleri, Gambarana, o gli altri « italici puri » avevano fatto affluire da via Marina e dai Boschetti. Solo pochi dragoni presidiano il Senato. Viene mandato a chiamare a rinforzo un drappello della Guardia Civica, ma questo non fa che accendere di più gli animi, che spingere la folla a varcare il portone e a invadere il cortile. Inutilmente Verri fa la spola fra l ’ aula e lo scalone, da cui si domina l ’ atrio ormai occupato dalla moltitudine: non riesce più a far sentire la sua voce per calmare gli animi. Parla per lui Federico Confalonieri, che emerge dalla folla per chiedere il richiamo della deputazione e la convocazione dei Collegi Elettorali. Sarà lo stesso Verri, tornato di corsa nell ’ aula, a scongiurare il presidente di decretare e d ’ urgenza il richiamo della deputazione, per salvare la dignità, forse la vita stessa dei senatori. Il settantatreenne presidente Venèri scrive con mano tremanti poche parole: « Il Senato richiama la deputazione, e riunisce i Collegi Elettorali, ed è sciolta la seduta.» Sono le due e mezzo. Copie del decreto, approvato per acclamazione, vengono diffuse tra la folla, mentre i senatori inciampando nelle toghe, che vorrebbero strapparsi di dosso, tentano di raggiungere le carrozze, aggrappandosi per paura gli eugeniani al braccio dei loro avversari per fendere la calca, che ormai, su per lo scalone, sta dilagando nel portico superiore. Verri cerca ancora di rabbonire la folla, sulle soglie dell ’ aula, ma già voci minacciose chiedono del Prina, che alla seduta non si è visto, e di cui si vuole impadronire. Prina non c ’ è assicura Verri, ma la folla non si da per vinta, invade l ’ aula, devasta ogni cosa: un ombrello- di seta?- lacera il ritratto di Napoleone, dipinto da Andrea Appiani. I mobili, le suppellettili dell 'aula, spaccati, sono buttati dalle finestre. La gente, tra cui ora emergono per violenza quelli venuti di fuori, i campagnoli, i « senza ombrello », rifluiscono sulla strada, agitando bastoni, gambe di tavolino. C'è chi grida: « Andiamo dal Melzi! ». II palazzo Melzi è a poche centinaia di metri di li, fuori dagli archi di Porta Nuova, all 'angolo di quella che oggi si chiama via Manin e della strada che già da un anno era stata battezzata « della Moscova », in ricordo del valoroso contributo delle truppe italiane alla vittoria che aveva aperto a Napoleone l 'accesso a Mosca. È un palazzo indifeso e isolato, fra orti e giardini: sarebbe stato un gioco per gli scalmanati raggiungere nella sua poltrona il gran cancelliere, immobilizzato dalla gotta, e fargli subire violenze. Allora qualcuno grida: « No. Andiamo a San Fedele, dal Prina! »Fu veramente Federico Confalonieri a gettare quel grido, come gli venne rimproverato per anni, accusa da cui si difese disperatamente in un opuscolo, e persino quando, dopo i moti del 1821, venne rinchiuso allo Spielberg? Certo, se non fu lui, mosso forse a difendere il Melzi, certo fu qualche altro « ombrello di seta » a spingere la folla oltre il ponte del Naviglio, per Via Sant 'Andrea, la strada più diretta per piazza San Fedele. Era allora quella piazza assai più esigua dell 'attuale, chiusa dal palazzo che la gente chiamava « del Prina », e che in realtà era un edificio demaniale assegnato in uso, come abitazione e ufficio, al ministro delle Finanze. Quello era il covo della belva da stanare, il sicuro nascondiglio dove accumulava i tesori rubati ai contribuenti.
Invano Prina era stato invitato a nascondersi, a lasciare la città. Anzi, egli vi aveva fatto ritorno pochi giorni prima, dalla sua villa sul Lago Maggiore, perché sentiva che in quei momenti il suo dovere di amministratore era di essere al suo posto, pronto a provvedere alle esigenze finanziarie di quella grave contingenza. Quella sua fedeltà, rigida e spigolosa, al dovere era stata la religione della sua vita: per potervisi dedicare intieramente aveva persino rinunziato a farsi una famiglia. Per le sue necessita bastavano largamente gli emolumenti della sua carica: non un soldo del denaro pubblico era rimasto nelle sue mani, anzi il suo impegno maggiore lo aveva sempre posto nel combattere la corruzione dei funzionari: Napoleone aveva riconosciuto i suoi meriti creandolo conte dell 'Impero e Grand 'Aquila della Legion d 'Onore. Come poteva fuggire, nonostante le minacce scritte sui muri o espresse nelle lettere minatorie, come poteva allontanarsi travestito, obbedendo alle insistenze del fratello prete, accorso accanto a lui, pronto a cedergli la sua tonaca. Ormai il rumore della folla arriva come il boato di un fiume in piena, tra le strette viuzze che portano a San Fedele. Fanno già ressa al portone, chiuso in tutta fretta: i servi hanno appena il tempo di spingere il loro padrone a cercarsi un nascondiglio nel solaio. Il portone non resiste alla spinta, il palazzo
è invaso da centinaia di persone che frugano febbrilmente dalle cantine fino alla terrazza alberata, aperta sul tetto, in caccia del tesoro, dei sacchi d 'oro favoleggiati, che restano introvabili. C 'è chi cerca in ogni angolo il Prina, chi bada a saccheggiare. Portati via i cavalli dalle scuderie, gettati i mobili dalle finestre, ognuno arraffa quel che può interessarlo. S'empiono le tasche, stipano sacchi, fagotti, non solo i ceffi sinistri che con le ruberie hanno dimestichezza, ma anche gente che non si sarebbe arrischiata, se non in giornate come quella, a prendere roba d 'altri. E c'è anche chi fruga nelle scrivanie scassinate, negli armadi forzati, e intasca carte che andava cercando con ansia. Si disse che fra questi si distinguesse il Traversa, a cui il
ministro Prina avrebbe affidato in deposito fiduciario una grossa somma di denaro ricavata dalla vendita delle proprietà appartenenti a un monastero soppresso a Pavia. Voci malevole forse, ma la ricevuta del deposito, rilasciata da Traversa a Prina, dopo il saccheggio non fu ritrovata, e si notò, negli anni seguenti, un 'esplosione di sfarzo, di lusso, di ricchezza da parte dell 'avvocato e della moglie, che acquistarono terre e palazzi. Guardie e soldati non sene sono visti al momento dell 'assalto e nemmeno ora, eppure basta lo zoccolìo di due cavalli portasi sotto mano da un soldato per via Case Rotte per provocare un fuggi fuggì. Il ministro della Guerra, Fontanelli, era a Mantova, nessuno al ministero si decide a far ricorso alla forza, anzi ci si scusa dicendo che in tutta Milano vi sono si e no quaranta dragoni e pochi fanti, giacché il direttore di polizia,
che ora è corso a nascondersi ed è introvabile, ha mandato la mattina presto tutte le forze disponibili a Varese dove si temeva
una sommossa, che non ci fu. Poi ci si ricorda che a Milano c 'è, in congedo, il generale Domenico Pino, il grande Pino, l'eroe di tante campagne, dalla Spagna, al Baltico, alla Russia, il primo soldato del primo esercito italiano della storia, e gli si offre il comando in capo, con poteri assoluti: Pino, ormai decisamente antieugeniano (anche se ha in tasca un mandato di cinquantamila lire concessi da Eugenio per pagare un debito, e domani lo incasserà), accetta, esaltato da una popolarità
che potrebbe portarlo lontano. Ma vuole realmente sottrarre Prina alla furia dei suoi persecutori? Fin dai suoi primi atti non lo si direbbe davvero. Si avvia, in grande uniforme, con decorazioni, verso piazza San Fedele, ma fa prima allontanare un drappello inviatogli dal comando della piazza. Arringa la folla - non farà altro quel pomeriggio – promettendo ordine, giustizia, libertà. ma nel palazzo del Prina getta appena un 'occhiata: se non l'hanno trovato, si vede che e fuggito in tempo. Col suo seguito si avvia verso il Broletto, sede del municipio, per conferire col podestà. Continua invece la caccia
furiosa al ministro introvabile: per scoprire il suo nascondiglio, se è necessario, si demolirà il palazzo. Tegole, persiane, porte, vengono buttate nel cortile e nella piazza, mentre i più accaniti rovistano in ogni angolo. Finalmente, presso il solaio, ai piedi di una scaletta, scoprono il segretario e il cameriere del ministro: il nascondiglio dev 'essere li vicino. A scoprirlo, è un falegname della Scala, che se ne vanterà per tutta la vita. In un attimo e tratto fuori, gli abiti gli vengono strappati di dosso, piovono i primi colpi: è trascinato nelle scuderie, da una finestra viene buttato alla folla che è accorsa, urlando, alla notizia della scoperta, nel vicolo dietro il palazzo.
La defenestrazione di Prina, dal palazzo in San Fedele, il 20 aprile 1814 (stampa dell' epoca). Il ministro si era invano nascosto in solaio.*********
Ricade, nudo come un verme, su cento punte d 'ombrello, che, come
scrisse Luigi Ceria, in un suo esauriente saggio pubblicato molti anni orsono,« illividiscono e trafiggono quella povera carne smagrita, tremante ,squassata, fra le urla e le imprecazioni, pietosamente bianca nella luce smorta della stretta contrada, sotto lo sgocciolio della pioggia.» Sotto una tempesta di colpi, lo trascinano verso la scala, lungo la stretta via Case Rotte. Stanno per sbucare in piazza della Scala, ch ’ era allora appena uno slargo davanti alla facciata del teatro: un omaccione lo tiene stretto per il collo: Ci sarà qualcuno che sentirà compassione per quella vittima? Prina chiede solo gemendo i conforti religiosi, che nessun sacerdote delle chiese vicine si sente il coraggio di portargli, spaventati dall ’ urlo della gente: «No , vada all ’ inferno!». C ’ è finalmente chi lo sottrae alla folla- è il domestico di Giandomenico Romagnosi, che abita li accanto- lo spinge nella bottega di un vinaio: viene sbarrata la porta contro cui si accaniscono i persecutori. contro . La notizia che il Prina è stato scovato raggiunge il Broletto e, quasi a malincuore, Pino, col podestà, si sente obbligato a ritornare tra la folla, per abbozzare almeno un tentativo di salvataggio: non vuole certo che il ministro sia ucciso, ma tiene soprattutto alla propria popolarità.
I Milanesi ascoltano il generale Pino mentre esorta il popolo alla calma. In realtà egli aveva allontanato la truppa e non fece nulla per salvare Prina dal linciaggio.(Quadro di Giovanni Migliara).*********
Prima ancora di sbucare davanti alla Scala, incontra l 'uomo su cui scaricare la responsabilità, il generale Peyri, comandante la divisione di Milano, e a lui ordina di fare ogni tentativo per salvare Prina, poi si ritira nel palazzo Soresi, di fianco al teatro dei Filodrammatici, di dove, con un nuovo di-
scorso, dal balcone, cerca di calmare la folla. Ma lo richiama un aiutante sopraggiunto: nel generale Peyri la folla ha creduto
di riconoscere Prina travestito da militare e vuoi farlo a pezzi. Pino è costretto a intervenire, ma trova ancora una volta qualcuno adatto a sollevarlo da quella parte ingrata e pericolosa: s 'imbatte in quel focoso poeta e militare, il capitano Ugo Foscolo, da pochi giorni addetto allo Stato Maggiore e gli ordina di andare a salvare Peyri. È un uomo generoso, pieno di coraggio, non si sottrarrà a quella missione rischiosa. Foscolo si lancia nella calca, riesce a trarre a salvamento il generale Peyri, ma viene a sua volta afferrato dagli energumeni che fanno ressa alla porta del vinaio. Legatolo alla vita
con un cappio di corda, lo trascinano verso piazza Belgioioso, ma il poeta non si lascia spaventare: sotto il mantello ha una
daga, la punta nella schiena del suo persecutore più vicino e gli impone di dirigersi verso il palazzo Belgioioso. La piazza è piena di folla minacciosa, ma alla luce delle fiaccole - è ormai buio, perché da quattro ore dura quella caccia all 'uomo - viene riconosciuto come l 'autore dell 'Aiace, la tragedia proibita dal viceré, perché considerata anti napoleonica, quindi anche lui un avversario, una vittima di Eugenio. Il poeta si libera dal cappio, si infila in una bottega al pianterreno del palazzo, e dalla soglia arringa anche lui la folla per cercare di attutirne la furia assassina. Ma alla porta del vinaio delle Case Rotte gli assalti si moltiplicano, finché a qualcuno, un signore, un ombrello di seta, non viene in mente di distribuire denaro perché si comprino fiaccole, si ammucchino fascine: il Prina è una belva, e come le belve va stanato col fuoco. S 'alzano già le fiamme e il fumo. Se il vinaio ne avesse il coraggio, potrebbe far uscire da una porta posteriore, verso i giardini interni, il Prina che s'è rannicchiato dietro le botti. Il ministro vede il terrore negli occhi del suo ospite involontario: decide di consegnarsi ai suoi persecutori, fa aprire la porta, ormai attaccata dal fuoco. Sale come un urlo solo e i colpi si abbattono su di lui. Lo legano
per i piedi a una tavola di legno, lo trascinano nelle pozzanghere, nel fango, verso il Cordusio È morto? È ancora vivo?
Più tardi non troveranno su quel corpo ferite mortali: un occhio è stato trafitto da una punta d 'ombrello, l'altro chiuso da un
pugno, ha cento ammaccature, ma la morte pietosa deve averlo liberato dai tormenti per un arresto del cuore, un cedimento al terrore insostenibile. Al Cordusio rizzano la tavola, cacciano in bocca al cadavere un pezzo di carta. « To', mangia la carta bollata con cui ci hai succhiato il sangue. »Vorrebbero bruciarlo, ma a quel punto compare perla prima volta la forza pubblica, che si apre un passaggio tra la folla, porta via il corpo straziato, irriconoscibile, lo fa seppellire in un cimitero fuori Porta Comasina, in una fossa che nessuno ritroverà mai. Per tutto il pomeriggio, Giulia Beccarla e Enrichetta Blondel, la madre e la moglie di Alessandro Manzoni, hanno atteso il poeta che si era allontanato dal suo palazzo, all 'angolo di piazza Belgioioso e via del Morone, a due passi da San Fedele, da cui giungevano gli strepiti della folla. Quale fu in quel pomeriggio sanguinoso il comportamento del Manzoni? Qualche biografo afferma che non s 'era mosso di casa, che aveva seguito l 'eccidio dalla finestra. Nessuna prova d 'altronde conforta l 'affermazione di Pietro Custodi, segretario generale del ministero delle Finanze, che Manzoni si fosse mescolato, consenziente, ai nobili che applaudivano in piazza San Fedele l 'assalto alla casa del Prina, quasi il suo passato giacobino fosse riemerso dalla recente conversione, dall 'estasi di San Rocco, dall 'apostolato del padre Dégola. Abbia detto la verità il Custodi su questa partecipazione indiretta del Manzoni al linciaggio, o ne sia bastato lo spettacolo, di lontano, certo egli apparve affranto agli occhi delle sue donne e per notti e notti lo scoprirono agitato da incubi, sconvolto da visioni di sangue. Quale sia stato il suo contegno durante la caccia al Prina, due giorni dopo l'eccidio compone la canzone Aprile 1814, in cui si scaglia contro il governo straniero, contro la falsa libertà, l ’ indipendenza da burla concessa dai Francesi. Comunque appare chiaro che dall ’ immagine della folla inferocita, dei buoni milanesi diventati belve quel pomeriggio dl 20 aprile 1814, nascerà il capitolo tredicesimo dei promessi sposi, l ’ assalto alla casa dl Vicario di Provvisione identico nella genesi, se non nella conclusione, a quello di cui lo scrittore è stato testimone. Ma quel giorno Domenico Pino non seppe o non volle essere un Ferrer, un salvatore del funzionario assalito, minacciato di morte nella sua casa.
Il saccheggio della casa del Prina in un dipinto di Giovanni Migliara. Quando fu ucciso il ministro delle finanze del regno Italico aveva quarantotto anni.********
All ‘ alba del 21, il saccheggio e la demolizione della casa del Prina ricominciava: c ’ era ancora chi cercava il tesoro inesistente. Il palazzo semi distrutto non fu mai ricostruito, la sua demolizione totale permetterà l ’ allargamento della piazza San Fedele. Nella notte il comune aveva dichiarato decaduto il viceré istituita una reggenza, affidandone la presidenza al senatore Carlo Verri, il comando militare al generale Pino. Questi sali a cavallo alle prime luci del sole, in gran uniforme con un ’ immensa feluca piumata in testa, certo che quello fosse il gran giorno della sua vita. Lo credette sempre più, in una crescente ebbrezza di gloria e di potere, giacché sentiva levarsi grida di « Viva il re Pino !». Ogni dinastia compresa quella napoleonica non è forse stata fondata da un soldato fortunato? Perché non chiamare al trono d ’ Italia il primo soldato italiano? Ma in piazza del Duomo, in piazzetta reale, la folla tumultua, divisa, ancora scossa dalla sete di violenza e di saccheggio non del tutto placata. Però oggi è sotto le armi la Guardi Civica, di cui ieri si era vista appena una pattugli al Senato, e basta a disperdere i riottosi una carica alla baionetta, le vecchie baionette arrugginite usate solo nelle parate, da quei borghesi in uniforme, che, difendendo l ’ ordine pensano soprattutto a difendere le loro botteghe, le loro proprietà. Pino sente rapidamente dissolversi il suo sogno di un dominio personale, finisce per allinearsi all ’ opinione che si va diffondendo tra i notabili di fare appello agli stranieri, agli Austriaci, perché riportino l ’ ordine nel regno, conservandone possibilmente almeno un simulacro d ’ indipendenza. Anche Eugenio ha ormai rinunziato a ogni tentativo di resistenza, e non appena giunge la notizia del tumulto milanese e del linciaggio del Prina, cede il potere al maresciallo de Bellegarde, si prepara a ritirarsi con la famiglia presso il re di Baviera, suo suocero. Circola a Milano questa satira popolare: « El vicerè l’ è tutt affacendaa / a fa fagott de quel che n’ ha robaa; / che se nol fuss per la Viceregina,/ el fariss anca lu la fin del Prina ». ( Il Vicerè è tutto affaccendato / a far fagotto di quello che ha rubato/ che se non fosse per la viceregina / farebbe anche lui la fine del Prina. Altri versi anche di Tommaso Grossi, che scrisse una “Prineide”, innumerevoli stampe popolari, spesso macabre, ispirò la fine del Prina, quasi i milanesi cercassero, accusandolo, ancora dopo morto, di ruberie, di far dimenticare lo scoppio di furia belluina che li aveva travolti. Una settimana dopo, da Porta Romana, entravano gli austriaci del generale Neipperg: col vicereame di Eugenio finiva anche la indipendenza, sia pure apparente, dell ’ Italia Settentrionale, nasceva il Lombardo Veneto austriaco.
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